Thursday, November 27, 2008

Attaccata l'India, ma a rischio il Pakistan

La vera e propria guerra lampo lanciata da un gruppo di terroristi islamici nel cuore dell'India, nella moderna città di Mumbay, ci ricorda che viviamo in un mondo pericoloso. Sono all'opera forze oscure che non potendo - per ora, e a meno di nostri incommensurabili errori - sovvertire il corso della storia, vibrano temibili colpi di coda. Il loro è un progetto totalitario: fermare la modernità che avanza, e assoggettare popolazioni musulmane e "infedeli" ai dettami di un'ideologia politica e sociale che si fonda su una visione oscurantista e fondamentalista della religione islamica.

L'esperienza di questi ultimi anni, però, ci induce a ritenere che se non cadranno nelle loro mani stati ricchi di risorse e geopoliticamente rilevanti, difficilmente saranno in grado di innalzare la loro sfida ad un livello esistenziale, cioè di minacciare la sopravvivenza del nostro sistema di vita e di valori.

Dal 2004 al 2007 i terroristi islamici hanno fatto oltre 3 mila morti in India, per lo più nella quasi indifferenza del mondo. L'attacco a Mumbay, per le capacità militari che rivela, rappresenta però una escalation, un salto di qualità, e accresce la preoccupazione per uno dei paesi più instabili della regione, da cui con ogni probabilità proveniva, o comunque è stato addestrato, il commando terrorista. Il Pakistan è sempre più base dei terroristi e a sua volta polveriera pronta ad esplodere.

Wednesday, November 26, 2008

Per tutto il resto c'è SocialCard

La «social card» avrà un impatto scarsissimo, se non irrilevante, sulla domanda. Passi pure, perché non credo che il governo l'abbia introdotta credendo di sostenere in questo modo i consumi. Evidentemente il suo scopo è piuttosto quello di alleviare la drammatica situazione economica di circa 1,3 milioni di poverissimi (anche se 40 euro al mese per 12 mesi fanno 480 euro, e la spesa annuale di 450 milioni dichiarata dal governo, se si divide per 480 fa meno di un milione). In ogni caso, dietro la «social card» c'è una nobile intenzione: aiutare i più poveri.

Ma siamo sicuri che quei 450 milioni l'anno finiranno nelle mani "giuste"? Forse - anzi, magari! - sarò smentito da qualcuno più informato e più competente di me, ma leggendo con attenzione le tipologie in cui bisogna rientrare per avere diritto alla «social card», qualche dubbio m'è venuto.

Per esempio, una famiglia con due figli, di cui uno sotto i 3 anni, una casa di proprietà, due auto e 15 mila euro di risparmi in banca (!) potrà avere la «social card» solo nel caso in cui l'indicatore Isee non superi i 6 mila euro, il che significa che all'incirca la somma dei redditi dei suoi componenti non dovrebbe superare di molto i 15 mila euro l'anno.

Ma come si fanno a mantenere due adulti e due bambini, di cui uno sotto i 3 anni, una casa di proprietà su cui magari c'è da pagare un mutuo, persino due auto, con 15 mila euro? Si dirà che proprio per questo hanno bisogno di aiuto. Ma mi chiedo: fino ad oggi, come sono sopravvissuti, riuscendo persino a mantenere due auto e ad accumulare in banca un gruzzolo di 15 mila euro? Con quali soldi sono state acquistate la casa e le due auto?

Potrebbe benissimo essere il caso di una famiglia in cui uno dei due adulti è stato da poco licenziato, e quindi fino a qualche mese prima poteva permettersi quel tenore di vita (casa, figli, macchine, conto in banca). Ma in questo caso non basterebbe certo una «social card», ci vorrebbe un sussidio di disoccupazione. Il sospetto però è che dietro la maggior parte di queste situazioni si nasconda un evasore fiscale o un lavoratore in nero. Senza voler criminalizzare chi nel bisogno accetta di lavorare in nero, o si trova costretto ad evadere il fisco, non sarebbe stato meglio detassare, facendo per lo meno emergere, queste attività?

Hanno diritto alla «social card» anche gli anziani tra i 65-69 anni con redditi o pensione fino a 6 mila euro l'anno. Anche qui mi chiedo: quanti di essi, non essendo immaginabile che tutti riescano a vivere con meno di 500 euro al mese e ipotizzando che molti a quell'età sono in ottima salute, svolgono un lavoro in nero? Non sarebbe stato meglio detassare, ma far emergere, queste attività?

Insomma, la mia preoccupazione è che alla maggior parte di quel milione e trecentomila, il governo avrebbe dovuto mandare un accertamento fiscale, non una carta di credito.

Qualcuno mi illumini, se riesce: le mie vi sembrano preoccupazioni fondate, o farneticazioni?

Mattinata di ordinaria burocrazia romana

Ho appena combattuto, e vinto (senza spargimenti di sangue, per fortuna), la mia buromachia.
Il motivo che mi ha spinto a recarmi nell'ufficio noto a Roma per essere tra i gironi più infernali della nostra burocrazia è banale. Continuano ad arrivarmi solleciti di pagamento per una multa che il giudice di pace ha annullato ormai ben oltre 5 anni fa. L'avviso in cui si comunicava che la sentenza era stata depositata è stato certamente inviato anche alla mia controparte - il Comune di Roma - che evidentemente però non si ritiene uguale a me di fronte alla legge e quindi non ha pensato di andare a ritirare in tribunale triplice copia della sentenza.

Ebbene, dopo 5 anni mi arrendo e decido di portargliela io una copia. Mi reco quindi di buon ora all'ufficio contravvenzioni nella famigerata Via Ostiense 131. Sono le 8:39 e l'ufficio dovrebbe essere aperto da 9 minuti. Trovo, invece, una trentina di persone in attesa sul pianerottolo. Poco dopo una signora si affaccia - suppongo un'impiegata - per avvisarci che oggi l'ufficio rimane chiuso al pubblico, perché manca il riscaldamento. L'atmosfera, però, comincia subito a riscaldarsi, e la gente a inveire e ad imprecare.

Effettivamente un avviso sulla porta informa di un non meglio identificato "stato di agitazione" del personale per la mancata accensione dei riscaldamenti. Solo che è datato "26 novembre". "E' uno sciopero?". "No", mi viene risposto. Chiedo allora se sia regolare che, senza preavviso utile, un non meglio identificato "stato di agitazione" si concretizzi nell'interruzione del servizio al pubblico. Ma non mi viene risposto. Dopo qualche minuto di discussione qualcuno minaccia di chiamare i carabinieri e come per incanto le porte si aprono.

La piccola folla viene fatta defluire verso il banco dell'accettazione, da dove com'è prassi ciascun utente viene dotato di "numeretto" e indirizzato agli sportelli. Ma non è finita qui. Al bancone ci accoglie del personale, che però ci avverte che gli sportelli rimarranno chiusi. Ottenere il proprio "numeretto" non ha alcun senso. Nelle parole e negli occhi della direttrice trapela il panico di fronte alla gente che comincia a perdere la pazienza. Per lo meno adesso la situazione ci appare più chiara. Primo, nonostante la sala sia molto grande, all'interno l'ambiente mi (ci) sembra abbastanza caldo, certamente più che sulle scale, ma questa è una mia sensazione personale.

Secondo, con una certa sorpresa capiamo che i dipendenti in realtà sono tutti lì. Non è uno sciopero, ci troviamo di fronte a una sorta di protesta "selvaggia". Mi chiedo: se non si può lavorare perché fa freddo, perché i dipendenti rimangono tutti lì dentro, suppongo avendo timbrato il cartellino, e semplicemente si rifiutano di aprire gli sportelli al pubblico? Non mi sembrava possibile che fosse un comportamento lecito, ma sarei stato pronto a ricredermi. Se fa troppo freddo per lavorare, te ne vai assumendoti le tue responsabilità, proclami uno sciopero regolare, ma non rimani dentro a congelarti. Non è che forse cercano solo di arrecare un disagio senza rimetterci la paga giornaliera?

Finalmente si presentano due agenti di polizia e, guarda caso, la situazione si sblocca all'istante. In pochi secondi gli sportelli sono operativi, prim'ancora che gli agenti si potessero rendere conto di quanto stava accadendo. Bruscamente alcuni impiegati ci fanno notare che ora è tutto funzionante. Io, al telefono con lo 060606, vengo interrotto: "Sono aperti, sono aperti!"
"Sì, ma bisogna spiegare agli agen..."
"Vuole parlare con gli agenti o rimanere in fila?".

Se gli impiegati avevano certamente ragione a pretendere di lavorare in un ambiente riscaldato, tuttavia le modalità della loro protesta non erano legittime, visto che è bastato che comparissero due agenti di polizia all'ingresso per convincerli a riprendere il servizio, prim'ancora che qualcuno spiegasse loro il problema e si cominciasse a discutere. Dunque, mi permetto di commentare ad alta voce: "Ci voleva l'arrivo della polizia eh... Quindi, la vostra protesta non era così regolare". Subito il capetto della rivolta mi rimbrotta con aria di sfida: "I lavoratori e il sindacato non hanno certo paura della polizia!". "Infatti - ribatto - dovrebbero aver paura dei cittadini!".

Tuesday, November 25, 2008

Deficit sì, ma con giudizio

Al contrario di quanto si appresta a fare il governo italiano, e probabilmente farà anche la maggior parte dei governi della Vecchia Europa, il presidente neo-eletto Obama annuncia una politica anti-crisi fondata su due pilastri: investimenti in infrastrutture, come strade, ponti, reti, scuole, energia pulita; riduzione delle tasse per tutta la classe media americana (attenzione: la classe media per Obama non inizia dai 35 mila euro in giù, come per i politici italiani di destra e di sinistra, ma dai 250 mila dollari in giù).

Inoltre, pare che per il momento Obama non sia intenzionato a revocare i tagli fiscali voluti da Bush per i più ricchi, ma li lascerebbe arrivare alla scadenza prevista dalla legge, cioè fine del 2010. Insomma, la ricetta con cui l'amministrazione Obama vuole far uscire gli Stati Uniti dalla crisi è più spesa pubblica e meno tasse per tutti. Dunque, più deficit, ma con giudizio, visto che «la maggiore spesa dovrà essere destinata alle aree dove potrà avere l'impatto maggiore» (energia rinnovabile e infrastrutture, biotecnologie e banda larga), come ha di recente scritto Lawrence Summers, prossimo capo del National Economic Council, sul Financial Times. Grandi progetti e ampi tagli fiscali, non briciole.

E d'altra parte, l'orientamento centrista e moderato, si direbbe market-friendly, di Obama è confermato dalla squadra di politica economica che sta assemblando. Tutti uomini esperti e pragmatici, già al governo con Clinton. Il Wall Street Journal accoglie come una «buona notizia» l'arrivo di Larry Summers alla guida del team economico di Obama. Lo chiama il «nuovo deregolatore» alla Casa Bianca. E' di quei democratici cui piace «mungere la mucca», ma anche farla crescere.

Crede che le aliquote fiscali più alte possano crescere anche di molto prima di deprimere l'economia e provocare una riduzione delle entrate, e come Keynes che la spesa pubblica favorisca la crescita. Tuttavia, ammette il quotidiano, sulla regolazione finanziaria in particolare Summers ha svolto un «ruolo costruttivo», favorendo l'approvazione della deregulation Gramm-Leach-Bliley del 1999, e ha compreso cosa è andato storto in Fannie Mae e Freddie Mac.

Anche il Washington Post riconosce che il team economico che Obama sta mettendo su è market-oriented. Un team «molto esperto» di massimi consiglieri economici, «i cui membri chiave credono fermamente che una limitata spesa pubblica, insieme al libero mercato, possa creare una prosperità duratura».

Le prime scelte di Obama preoccupano invece i liberal del Partito democratico e non sembrano essere piaciute al New York Times, che parte subito lanciando accuse contro Summers e il prossimo ministro del Tesoro Geithner. Dovranno dimostrare non il loro induscusso talento, ma «quanto e cosa sono riusciti ad imparare dai loro stessi errori», si legge in un editoriale in cui si ricorda come il prossimo ministro del Tesoro e il prossimo consigliere economico della Casa Bianca abbiano, in modi e tempi diversi, avuto delle responsabilità nella crisi finanziaria.

Da presidente della Fed di New York Geithner «ha contribuito alla risposta contraddittoria, e a volte incomprensibile, dell'amministrazione Bush all'attuale crisi finanziaria, compreso il salvataggio multimiliardario di Citigroup». Il peccato originale che si rimprovera a Summers è ancora più grave, perché da segretario al Tesoro per un anno e mezzo durante la seconda presidenza Clinton, «sostenne la legge che deregolò il mercato dei derivati, gli strumenti finanziari ora diventati titoli tossici», nella «falsa convinzione che il mercato si sarebbe regolato da sé». «Non chiediamo loro un mea culpa [?], ma se non riconosceranno gli errori del passato c'è poca speranza che possano assicurare la valutazione lucida e la capacità di guida necessarie a tirare fuori il paese da questo disperato disastro», conclude il NYT.

Il governo sceglie di non scegliere

Il governo varerà entro la fine della settimana il pacchetto anti-crisi, ma alcune misure sono già state anticipate negli incontri con le parti sociali e gli industriali. Aspettiamo, quindi, per un giudizio definitivo, ma una prima valutazione non può che essere nel complesso negativa.

Positive la detassazione dei premi di produttività, la possibilità per le imprese di detrarre punti Irap dall'Ires, l'introduzione dell'Iva di cassa e la liberalizzazione dei saldi. Positivi anche lo sblocco dei pagamenti ai privati da parte delle pubbliche amministrazioni e lo stanziamento di 16,6 miliardi di euro per infrastrutture, i cui effetti però non saranno a breve termine.

La «social card» e il bonus fiscale per le famiglie con figli a carico e i pensionati sono diretti ai poverissimi (e presumibilmente a qualche evasore fiscale che dichiara un reddito al limite della sussistenza) e avranno quindi un impatto irrilevante sulla domanda.

La conversione per legge dei mutui a tasso variabile in mutui a tasso fisso, oltre a fare carta straccia di contratti liberamente sottoscritti tra le parti, rischia di essere tardiva, visto che il costo del denaro sta diminuendo, ed è una vera e propria beffa nei confronti di chi dall'inizio si è sobbarcato un mutuo a tasso fisso. Chi restituisce a costoro il denaro speso in più rispetto a quanti oggi passano comodamente a tasso fisso dopo aver usufruito del tasso variabile in tempi migliori?

In generale, se il pacchetto anti-crisi del governo si ridurrà a questo, si tratterà dell'ennesima non scelta tra la disciplina di bilancio e il sostegno alla domanda. Purtroppo, come tutti ma proprio tutti i governi, anche questo sta commettendo l'errore di disperdere le scarse risorse disponibili in una serie di misure che avranno impatto nullo o scarsissimo sulla domanda, senza alcun grande progetto o riforma su cui investire, e per di più mettendo a rischio l'obiettivo della riduzione del debito pubblico sotto il 100% del Pil.

I nostri governi - di qualsiasi colore politico - non sanno far altro che varare pacchetti-fotocopia che danno l'elemosina ai poverissimi (ammesso che la maggior parte non siano evasori o pensionati che lavorano in nero), e che ignorano la classe media. Rischia di essere questo il primo grande errore del governo, che non tarderà a determinare il primo serio calo dei consensi. Berlusconi chiede ai cittadini-consumatori di avere fiducia, ma è il governo per primo a non avere fiducia in loro. Se avesse fiducia nei consumi, infatti, saprebbe che riducendo le tasse al ceto medio (e non solo a quei pochi che dichiarano l'inverosimile reddito di 6 mila euro l'anno) sosterrebbe la crescita aumentando nel medio-lungo periodo anche il gettito fiscale.

Evitare aiuti e sussidi, scrive oggi Piero Ostellino, «alla produzione di beni e di servizi che non rispondono più alla domanda, perché il mercato ne è saturo, o perché i consumi si sono temporaneamente orientati altrove». Per esempio, il mercato delle auto potrebbe essere saturo, perché dopo dieci anni di crescita è probabile che il parco auto sia stato quasi interamente rinnovato e in un periodo di crisi la gente ci pensa due volte prima di cambiare un'auto di soli tre o quattro anni. Più utile sarebbe invece tagliare le tasse, perché la riduzione delle tasse è un intervento non distorsivo del mercato, ma anzi è sempre «market oriented, in quanto i cittadini-consumatori indirizzerebbero la loro maggiore capacità di spesa, soprattutto verso prodotti di largo consumo e secondo le proprie esigenze».

UPDATE 18:48: Nell'audizione di oggi dinanzi alla Commissione Lavoro della Camera, il dott. Ignazio Visco, vice direttore generale della Banca d'Italia, ha auspicato «una riduzione del prelievo fiscale sul lavoro», misura che «evita distorsioni e incentiva la crescita» e che a suo avviso «andrebbe applicata alla platea più vasta possibile» di lavoratori. Invece, «misure selettive che stimolino la contrattazione integrativa, in deroga ai principi di neutralità del prelievo, sarebbero giustificate solo se contribuissero a innalzare la produttività». Perché «il rischio - ha avvertito - è che parte significativa delle agevolazioni vada a beneficio di imprese che avrebbero comunque registrato guadagni di produttività». I provvedimenti cui sta pensando il governo, di sgravio dei premi aziendali, «possono avere effetti redistributivi regressivi, concentrandosi tra i dipendenti delle grandi imprese dove le retribuzioni sono già più elevate, e possono determinare comportamenti opportunistici».

Inoltre, secondo Visco (da non confondere con Vincenzo), «per il buon funzionamento del mercato del lavoro, appare essenziale perseguire una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta soprattutto ad affermare l'universalità della copertura assicurativa, che ora varia tra settori e tipi di occupazione ed esclude ampie fasce di lavoratori». Per «attutire i costi sociali del processo di ristrutturazione delle imprese e riallocazione del lavoro», anzi migliorandone gli esiti in termini di efficienza. «Come mostra anche l'esperienza di molti Paesi europei - ha sottolineato - una riforma in questa direzione è il necessario complemento di un mercato del lavoro flessibile; contribuisce a svilupparne appieno i benefici, favorendo la ricollocazione dei lavoratori verso attività, settori e imprese maggiormente produttivi».

Monday, November 24, 2008

I rischi del primato della politica

Non mi hanno affatto convinto le argomentazioni, piuttosto deboli a mio avviso, del premio Nobel Paul Samuelson, sul Corriere di domenica. Quanto siano «intollerabili» le disuguaglianze prodotte dal libero mercato dipende dalla sensibilità di ciascuno, ma che insieme alle disuguaglianze il mercato non abbia prodotto anche «un progresso dinamico attraverso innovazioni tecnologiche» mi pare difficile sostenerlo, quando della nostra vita di tutti i giorni entrano a far parte innovazioni ad un ritmo impensabile senza la competizione globale.

Né Samuelson si degna di spiegare perché «le opinioni di Milton Friedman e di Friedrich Hayek» sarebbero «cattivi consigli» e i liberisti gente «tremendamente cinica». Il grande economista ci fa sapere che lui se ne sta al «centro», perché «la ragione e l'esperienza» lo hanno convinto, detto in poche parole, che in medio stat virtus. Eppure, quello «Stato Centrista Limitato» che vagheggia rischia di somigliare più a uno stato centralista molto difficilmente limitabile.

Chi invece diffida del «primato della politica» che molti invocano come risposta alla crisi è Angelo Panebianco, che ricorda come la «rivoluzione liberale» che prese avvio con le vittorie della Thatcher e di Reagan «fu una reazione alla crisi, economica e morale, degli anni Settanta», i cui benefici ci hanno regalato «una trentennale crescita economica mondiale e una spettacolare accelerazione della globalizzazione... capace di diffondere benessere e libertà in tanti luoghi che queste cose non conoscevano».

Panebianco ricorda a chi oggi rivendica il «primato della politica» e irride il liberismo «qualche insegnamento della storia»: anche dopo il '29 il liberalismo fu accantonato come un vecchio arnese ottocentesco, il primato della politica sfociò nel protezionismo e nello statalismo, e gli intellettuali europei si buttarono a inseguire i miti della «pianificazione», aderendo a nuovi modelli di organizzazione politica delle società che in alcuni casi finirono in tragedie di proporzioni enormi.

Il guaio, osserva Panebianco, è che alla fine «dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni». Tutti la invocano e stupisce «il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l'idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche».
«Essi mostrano di non riconoscere che molti accadimenti sono semplicemente il frutto del reciproco adattamento spontaneo fra i comportamenti di milioni e, a volte, miliardi di persone, l'esito aggregato, per lo più imprevisto e imprevedibile, di un gran numero di azioni ispirate da altrettante menti singole. Nonostante la secolarizzazione, gente comune e élites continuano a credere che tutto si debba alla volontà degli Dei. La differenza è che questa idea di onnipotenza è stata trasferita, proiettata, su uomini in carne ed ossa, i cosiddetti potenti della Terra. I più, misconoscendo il ruolo fondamentale degli aggiustamenti spontanei, credono nella sola esistenza delle "mani visibili"».
E' un approccio più laico e umile nei confronti della realtà quello che ci vorrebbe, perché «l'onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte», mentre «solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società», perché «compito del governo non è darci "la felicità" ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità».

Qualcuno potrebbe obiettare che anche l'onnipotenza del mercato è un mito. Ebbene, è un mito solo se riponiamo su di esso aspettative sbagliate. Dal mercato non possiamo aspettarci che realizzi un qualche ideale di «bene comune», né che ci garantisca un benessere economico perpetuo, o che elimini le contraddizioni e le incertezze proprie della realtà umana.

Nell'emergenza, secondo Panebianco, è accettabile un maggiore intervento dello Stato, purché sia temporaneo e venga accolto «a malincuore», non con «entusiasmo». Perché il rischio, in Europa, e soprattutto in Italia, più che in America, non è tanto «il "ritorno dello Stato" della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell'invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi».

Una scomoda verità

Come può un ragazzo morire perché la sua scuola cade a pezzi? Già mi pare di sentirli i soliti cori indignati: è colpa dei tagli alla scuola pubblica! Molti edifici pubblici, soprattutto scuole e ospedali (per non parlare delle strade), cadono letteralmente a pezzi e se appartenessero a dei privati verrebbero immediatamente dichiarati inagibili e chiusi. Le discoteche sono più sicure delle scuole.

Non so se il ministro Gelmini, o il governo, avranno il coraggio di dire l'amara e scomoda verità: troppa spesa pubblica se ne va in stipendi e non rimangono fondi sufficienti per infrastrutture e investimenti. Di certo quel coraggio ce l'ha Luca Ricolfi, che lo scrive oggi su La Stampa: il nostro «hardware si sbriciola perché pensiamo quasi soltanto al software».
«Da almeno quindici anni... la politica risparmia sistematicamente sulla manutenzione delle infrastrutture fisiche (l'hardware del sistema Italia), e dilapida le poche risorse disponibili in spese improduttive e stipendi pubblici (il software del sistema Italia). La storia sarebbe lunga da raccontare... ma la realtà è che negli ultimi quindici anni - quale che fosse il colore politico dei governi - in quasi tutti i settori della pubblica amministrazione la maggior parte delle risorse disponibili sono state convogliate sugli avanzamenti di carriera e sottratte agli investimenti e agli acquisti».
Più stipendi, e di livello più alto, da pagare, e risorse insufficienti per l'edilizia e le infrastrutture, così come per il funzionamento ordinario delle strutture (benzina, carta, computer).
«In questa triste vicenda la scuola è stata colpita due volte: come gli altri settori della pubblica amministrazione è rimasta a corto di ossigeno sul versante degli investimenti edilizi e su quello delle risorse per il funzionamento, ma a differenza degli altri settori della pubblica amministrazione non ha potuto beneficiare di significativi avanzamenti perché non esiste una vera e propria carriera degli insegnanti, come ne esistono invece per i medici, i professori universitari, i magistrati, i militari, i poliziotti, i burocrati».
La colpa, scrive Ricolfi dimostrando ancora una volta grande onestà e coraggio intellettuale, non è solo dei politici, ma anche nostra, di un'opinione pubblica che si scandalizza se lo Stato non assume migliaia di precari, o non concede aumenti indiscriminati alle categorie del pubblico impiego, senza neanche poterne misurare la produttività. Finché la pubblica amministrazione verrà concepita come uno stipendificio (quindi, come un serbatoio di clientele), e non come un erogatore di servizi di qualità, gli edifici cadranno a pezzi.
«Se i politici, quando hanno 100 euro da spendere, ne destinano così pochi all'hardware del paese e così tanti al suo software, è perché hanno capito che quest'ultimo ci interessa molto più del primo. Possiamo indignarci quando crolla una scuola, quando deraglia un treno, quando un ospedale è invaso dagli scarafaggi, ma non siamo disposti a rinunciare a un pezzettino del nostro modesto benessere per vivere in un paese in cui queste cose non succedano più».
Il problema, conclude Ricolfi, è che «lo Stato sociale, fatto di sanità, pensioni e assistenza, ci interessa di più dello Stato minimo, fatto di infrastrutture fisiche e funzioni fondamentali».

Il j'accuse di Irene Tinagli

E' un duro e lucido j'accuse quello di Irene Tinagli, 34 anni e una cattedra a Pittsburgh, contro Walter Veltroni. La sua lettera di dimissioni dalla Direzione del Pd è stata pubblicata venerdì scorso su il Riformista e riassume quelle che sono anche le mie critiche al Pd veltroniano, una delle più gigantesche "bufale" politiche degli ultimi anni, almeno per chi si era fatto abbindolare dal discorso del Lingotto.
«Il Pd aveva un'obiettivo ambizioso al quale avevo aderito con entusiasmo e che ora faccio fatica a riconoscere in questo partito, in numerosi ambiti. Dalle posizioni ambigue su importanti temi etici e valoriali, alla gestione di processi politici locali e nazionali, ma soprattutto alle posizioni in quegli ambiti più cruciali per la crescita del Paese: istruzione, ricerca e innovazione. Era su questi temi che coltivavo le aspettative maggiori verso il Pd. Ero stata molto delusa dalle politiche del Governo Prodi, ma speravo che con il Pd si aprisse una stagione nuova, fatta di elaborazione di idee e proposte significative. Di fronte alle posizioni del Pd su questi fronti non posso che essere sconcertata. Non ho visto nessuna proposta incisiva, se non "andare contro" la Gelmini. Peraltro tra tutti gli argomenti che si potevano scegliere per incalzare il ministro sono stati scelti i più scontati e deboli. Il mantenimento dei maestri, le proteste contro i tagli, la retorica del precariato, tutte cose che perpetuano l’immagine della scuola come strumento occupazionale. È questa la linea nuova e riformista del Pd? Cavalcare l'Onda non basta. Serve una proposta davvero nuova, che ribalti le attuali logiche di funzionamento della scuola anziché difenderle. Ma non ho visto niente di tutto questo... Inneggiare al cambiamento, all'idea di una società e di una politica nuove serve a poco se manca il coraggio di intraprendere fino in fondo le azioni necessarie a realizzare queste idee».

Friday, November 21, 2008

Meno tasse e riforme contro la crisi/2

Se la crisi economica è globale, la risposta può essere solo globale, non nazionale. E' così che la pensa il ministro Tremonti, che ribadisce questo concetto ogni volta se ne presenta l'occasione. Ritiene che sia tutto sommato irrilevante o poco rilevante ciò che decide il governo italiano. In sostanza, dice, il governo ridurrà il debito, non alzerà le tasse, farà tutte le politiche che servono, ma la soluzione alla crisi dipende da ciò che si decide fuori dall'Italia.

Come scrivevo alcune settimane fa, io penso invece che l'Italia, per cause interne, sia la più fragile e la più esposta alla crisi tra i Paesi sviluppati. Ci troveremmo in una situazione migliore, e ci potremmo risollevare più rapidamente, se venissero realizzate le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Faremmo bene quindi a guardare al nostro interno. E' da lì che viene il male dell'Italia, prim'ancora che dalla crisi internazionale, e Tremonti dovrebbe concentrarsi su quello, non sui massimi sistemi.

E così sembrano pensarla anche gli ispettori del Fondo monetario internazionale. Se la recessione in Italia «sarà probabilmente meno pesante che in molte altre economie avanzate per effetto della relativa solidità del sistema bancario», tuttavia l'eventuale ripresa sarà «lenta e debole», perché «la capacità dell'economia di riprendersi sarà rallentata da rigidità strutturali, mancanza di competitività interna, dalla lentezza dei processi di ristrutturazione e dalla contenuta risposta sul fronte fiscale».

Per questo, secondo il Fmi, l'agenda per le riforme strutturali in Italia «ha bisogno di un più intenso rilancio». In particolare, «ulteriori liberalizzazioni nel commercio al dettaglio e nei servizi (specialmente professionali), una deregolamentazione del mercato energetico, l'eliminazioni dei veti incrociati per i progetti di creazione di infrastrutture che abbiano interesse nazionale». E' anche necessaria «una seconda generazione di riforme del mercato del lavoro»: «rafforzare il legame tra stipendi e produttività, permettere una differenziazione salariale in base alle regioni, rendere i contratti a tempo indeterminato più flessibili».

Più flessibilità dei contratti a tempo indeterminato, come ci siamo sforzati più volte di spiegare, per fare in modo che non siano solo i lavoratori con contratti atipici a sopportare gli svantaggi della flessibilità, e per determinare più ricambio tra chi è dentro - e inamovibile, a prescindere da meriti e competenze - e chi non riesce a entrare nel mondo del lavoro - nonostante meriti e competenze. Più si allarga la platea dei lavoratori flessibili, meno acuti e prolungati saranno gli aspetti negativi della flessibilità.
«[La] metà non protetta dei lavoratori... porta sulle spalle tutta la flessibilità di cui il sistema ha bisogno; mentre nella metà protetta l'inamovibilità genera inefficienze gravi e anche posizioni di rendita inaccettabili. Il precariato permanente è l'altra faccia dell'inamovibilità dei "lavoratori regolari"»
Pietro Ichino (25 febbraio 2008)
Per ridurre la precarietà bisognerebbe "spalmare" quel rischio, riequilibrare l'area delle tutele, riducendola agli insiders ultragarantiti che continuano a usufruire di una stabilità anacronistica, che neanche tiene conto del merito, ed estendendola agli outsiders.

La "laicità popolare" di Bossi

In questa intervista al Corriere, il "duro" per antonomasia della politica italiana, Umberto Bossi, mostra una sensibilità che non appartiene all'immagine che trasmettono di lui i media. Confessa che al padre di Eluana Englaro non saprebbe cosa dire:
«Uno parla in una realtà normale, quotidiana, e l'altro è da tutt'altra parte. È da solo su un altro pianeta... Qualcuno è capace di dire quello che deve fare a una persona che ha vissuto per sedici anni nel dolore totale? Di dare consigli a chi ha visto per sedici anni il dolore di una figlia? È troppo. Si getta la spugna».
Pur con i suoi eccessi, un linguaggio semplice, spesso rozzo, Bossi al contrario di molti altri politici riesce ad afferrare tutti i chiaro-scuri di una vicenda così drammatica. Il suo è assoluto buon senso, riconoscibile come tale dalle persone comuni. Linguaggio semplice e schietto, e comune buon senso, sono tra gli ingredienti della forza elettorale della Lega.

Bossi racconta che quando si è risvegliato dal coma e ha capito cosa gli era successo, ha affidato alla moglie il suo personale "testamento biologico": «Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti. Non avrebbe dovuto lasciarmi ai medici». Oggi, grazie al caso Englaro, sappiamo che tale testamento, orale, avrebbe valore. Continuerebbe ad averlo con una legge?

Ma ciò che più colpisce è che dall'intervista emerge un politico "laico", nel senso che sa convivere con il dubbio e la consapevolezza, rara nei politici, dei limiti della politica, del legislatore. Per Bossi è «la persona che dovrebbe decidere, nessun altro. Di certo, non i magistrati. E, io penso che neanche lo Stato possa entrare in certi campi». E allora, come se ne esce? «Non lo so. Non c'è una risposta. Per questo credo che il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei». Troppi gli elementi di «incertezza», e altissima la posta in gioco: la vita dei cittadini.

Bossi probabilmente non si rende conto di aver espresso una concezione libertaria dello stato e della legge. Ha fissato un principio generale: la persona dovrebbe decidere. Fermo restando il principio, non può esserci una medesima, univoca, risposta legislativa che valga per ogni particolare situazione. La volontà del paziente non può che essere accertata caso per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna diffidare di una concezione intimamente "totalitaria" della legge come strumento onnisciente in cui possano essere previsti e compresi tutti gli infiniti casi in cui può manifestarsi la realtà umana. Significa consegnare le nostre vite, i nostri corpi, alla burocrazia.

E infine, Bossi parla della sua fede ritrovata, genuina, un pizzico ingenua. Ma con lo stesso buon senso popolare precisa: «Io penso che la Chiesa debba essere povera. Debba restare povera. Non deve impicciarsi di potere, meglio che pensi agli altari. Il potere deve essere laico».

Thursday, November 20, 2008

Il Dalai Lama ha rinunciato

Non mi pare che se ne sia parlato o scritto molto sui mainstream media. E neanche qui, dove mi ero ripromesso di farlo appena ne avessi avuto il tempo. Ci ha pensato però Enzo Reale, sul suo blog e sul Foglio.it. A Dharamsala si sta svolgendo in questi giorni «una riunione senza precedenti. Circa 500 attivisti, leaders politici e spirituali della diaspora si sono dati appuntamento per mandare in pensione il Dalai Lama».

All'ordine del giorno c'è una riflessione sulla Via di Mezzo, la strategia che per decenni il Dalai Lama ha perseguito nei rapporti con le autorità cinesi: la richiesta dell'autonomia e non dell'indipendenza; e, nel metodo, la nonviolenza, la ricerca costante del compromesso e del dialogo. «Una strategia che, dati alla mano, non ha prodotto nessun risultato concreto per la popolazione tibetana ed ha anzi portato ad un intensificarsi della repressione e ad una cinesizzazione sempre più marcata».

Da molto tempo è opinione di Enzo - e credo sia più che fondata - che il Dalai Lama, «la sua figura e la sua predicazione nonviolenta, così apprezzate in occidente, sono diventate alla lunga un ostacolo per le rivendicazioni di un popolo oppresso».

Sembra esserne consapevole lo stesso Dalai Lama, che di recente ha usato proprio il termine «ostacolo». Alla fine di ottobre manifestava tutta la sua frustrazione per l'assenza di progressi. Confessando di aver perso la speranza di trovare una soluzione con il governo cinese, chiedeva ai tibetani di decidere la futura linea d'azione, ribadendo che «la questione del Tibet è la questione del popolo tibetano, non del Dalai Lama».
«So far I have been sincerely pursuing the mutually beneficial Middle-Way policy in dealing with China for a long time now but there hasn't been any positive response from the Chinese side. I have now asked the Tibetan government-in-exile, as a true democracy in exile, to decide in consultation with the Tibetan people how to take the dialogue forward...»
«In assenza di qualsiasi adeguata e puntuale risposta dalla leadership cinese - ha riconosciuto - la mia posizione di Dalai Lama sta diventando solo di ostacolo, invece di aiutare a trovare una soluzione alla questione del Tibet. Per quanto mi riguarda, ho rinunciato... i tibetani devono prendersi la seria responsabilità di discutere la futura linea d'azione».

Ma esiste una via alternativa, considerando i rapporti di forza con la Cina e l'apatia della comunità internazionale?

Tuesday, November 18, 2008

Veltroni con i giorni contati

La surreale vicenda della Commissione di Vigilanza Rai e la scelta di appoggiare la candidatura di un dipietrista alla presidenza della Regione Abruzzo (dopo quanto è capitato a Del Turco) sono probabilmente gli ultimi atti della segreteria Veltroni.

Sulla prima Veltroni ha fatto una figura barbina, dimostrando di contare come un due di coppe. Non solo un minuto dopo l'elezione di Villari dava per certe - questione di ore - le sue dimissioni, che non sono arrivate, ma ha insistito per giorni con un provvedimento punitivo nei suoi confronti, l'espulsione dal partito, che non è esattamente ciò che in genere ci si aspetta da un partito che si chiama democratico. Anche perché l'unica colpa di Villari sarebbe quella di accettare un incarico istituzionale al quale non è stato nominato, ma eletto dai membri di una commissione parlamentare con i voti della maggioranza e di due del suo stesso partito. E la costituzione stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». L'espulsione di Villari sarebbe uno schiaffo alle istituzioni e alla Costituzione. In questi casi, se un'elezione parlamentare non va secondo gli accordi tra di loro, i partiti non possono far altro che masticare amaro.

Tra l'altro, la posizione di Villari è ineccepibile: si è detto disposto a dimettersi qualora il suo partito e la maggioranza raggiungessero un'intesa su un nuovo nome, ma perpetuare l'impasse sul nome di Orlando significa solamente impedire alla commissione di funzionare. E' discutibile, quindi, che sia Villari, e non piuttosto il Pd, a danneggiare il ruolo dell'opposizione.

Il Pd ha torto marcio in questa vicenda. E' vero che per buona prassi istituzionale le commissioni di garanzia sono presiedute da un esponente designato dall'opposizione, ma questo dev'essere gradito anche alla maggioranza, dev'essere cioè una personalità dallo spirito bipartisan. E il partito in cui milita Orlando, l'Italia dei Valori, è l'antitesi di qualsivoglia approccio bipartisan.

Il secondo atto è solo l'ultima smentita, in ordine di tempo, della vocazione maggioritaria e riformista con cui il Pd si era presentato agli italiani in campagna elettorale. Non solo con ogni probabilità la strana coppia Pd-Idv perderà l'Abruzzo, ma il Pd rischia di essere scavalcato dall'Idv e comunque di perdere con una linea non riformista. Non solo una sconfitta elettorale, ma anche una sconfessione ideale.

Ernesto Galli Della Loggia, oggi sul Corriere, spiega così quella specie di insostenibilità dell'essere riformisti che sembra colpire anche il Pd, «preso in una morsa»:
«Se vuole essere riformista si trova di fatto ad avere, anche stando all'opposizione, dei nemici a sinistra che il suo riformismo stesso gli impedisce però di considerare "fascisti"; ma non essendo ideologicamente riformista abbastanza, non riesce ad accettare di essere combattuto e di combattere tali nemici, rinunciando all'idea di farseli in qualche modo alleati. Nasce da qui, alla prima occasione, il ricorrente miraggio dell'unità delle sinistre, altra faccia obbligata del "niente nemici a sinistra": una linea che è sempre stata la pietra tombale di ogni riformismo».

Monday, November 17, 2008

Meno tasse e riforme contro la crisi

La crisi può essere una straordinaria occasione per abbassare le tasse e riformare lo stato sociale.

Per il piano anti-crisi italiano saranno stanziati 80 miliardi di euro, di cui oltre 40 da fondi europei. Secondo quanto trapela in queste ore, l'approccio verso cui sarebbe orientato il governo è tipicamente keynesiano: la maggior parte di questa somma verrebbe destinata a investimenti in infrastrutture, mentre solo una minima parte alla riduzione del carico fiscale che grava sulle imprese e sulle famiglie.

Peccato, però, che siamo in Italia, non negli Stati Uniti d'America di Roosevelt, e a causa delle lungaggini burocratiche prima che i lavori per un'opera pubblica siano avviati possono passare anche anni. Sul piano fiscale, le misure di cui si parla - un taglio dell'acconto Irpef-Ires di fine anno e un qualche alleggerimento dell'Irap - rischiano di rivelarsi impercettibili. Un pacchetto di stimolo così congegnato risulterebbe quindi inadeguato a sostenere la produzione e i consumi in un periodo di recessione.

Mentre un sollievo reale lo arrecherebbe la possibilità di pagare l'Iva non al momento dell'emissione della fattura, ma al momento dell'incasso, servirebbe una politica fiscale molto più coraggiosa.

Due interventi, soprattutto, potrebbero attenuare sia dal punto di vista economico che sociale il peso della recessione: la riduzione del costo del lavoro, tagliando il cuneo fiscale a beneficio sia delle imprese che dei lavoratori; e l'abolizione della cassa integrazione, che ad oggi copre circa il 17% dei lavoratori (soprattutto della "grande industria", favorita com'è dai suoi stretti rapporti con la politica), sostituendola con un sistema di ammortizzatori universali, che aiuterebbero anche le piccole e medie imprese a ristrutturarsi, a patto che siano fondati sui principi del welfare to work e finanziati estendendo fino a 65 anni sia per gli uomini che per le donnne l'età di pensionamento.

Opponendosi a Brunetta e Gelmini il Pd smentisce se stesso

Come ha osservato Angelo Panebianco, sabato scorso sul Corriere, Brunetta e Gelmini sono ministri che «un po' di riformismo tentano di praticarlo», aggredendo «due bubboni malati (pubblica amministrazione, istruzione)» del nostro stato, «disastrati, soffocati da una ragnatela di rendite, piccoli privilegi, cattive abitudini, sprechi, inefficienze». Eppure, proprio questi due ministri sono i più contestati dal partito che del "riformismo" fa la sua bandiera.

L'opposizione del Pd a Brunetta e Gelmini - dalla cui opera, come ho spesso scritto, molto dipenderà del successo, o dell'insuccesso, di questo governo - la dice lunga su «quali residue chance siano rimaste a quel progetto di "forza politica riformista" da cui nacque il Partito democratico», «sul suo insediamento sociale, sulle domande dei ceti che ad esso fanno riferimento».
«La ragione per cui Brunetta e Gelmini sono oggi le bestie nere della sinistra è che essi stanno operando nel suo "territorio di caccia", nel cuore stesso della sua constituency elettorale: impiego pubblico e scuola. I dati sulla geografia sociale del voto sono inequivocabili: insieme ai pensionati, i dipendenti pubblici (in generale) e gli insegnanti rappresentano una parte preponderante del bacino elettorale della sinistra, del Partito democratico in primo luogo. Purtroppo per il Partito democratico e le sue aspirazioni riformiste, molti appartenenti a questi ceti (anche se non tutti) non chiedono riforme modernizzatrici ma una difesa dello status quo».
Ne consegue che il Pd oggi è «in trappola». «Da un lato, come qualunque altro partito, deve tener conto delle domande dei propri elettori»; «dall'altro lato, se si appiattisce su quelle domande, finisce per togliere ogni residua credibilità alla piattaforma modernizzatrice con cui si presentò alle elezioni». In queste situazioni, osserva Panebianco, «solo la leadership può fare la differenza, smarcandosi dal fronte conservatore... con il fine, in prospettiva, di conquistare nuovi "territori di caccia", di agganciare elettori interessati alla modernizzazione». Ma non è il caso del Pd, con un Veltroni che dal discorso del Lingotto in poi ha sbagliato tutto ciò che c'era da sbagliare.

Ha ragione anche Ichino ad evidenziare i contributi in senso riformista degli esponenti più raziocinanti del Pd, ma purtroppo non c'è niente da fare, rimangono mosche bianche. E' evidente che non è la loro la cifra culturale e politica cui la leadership e i vertici del Pd stanno informando l'azione di opposizione in Parlamento e nel Paese, visto che quelle poche iniziative riformiste sono quasi nascoste e clandestine.

Resistere alle tentazioni del protezionismo

Ci sono due messaggi positivi usciti dal G-20 di questo fine settimana. Il primo è che questi summit a 20 sono destinati a ripetersi presumibilmente andando via via a sostituire l'ormai limitato e datato G-8; il secondo è la rinnovata fiducia nel libero mercato e l'impegno - almeno a parole, vedremo se anche nei fatti - a resistere alle tentazioni protezionistiche, a non creare, bensì ad abbattere, le barriere nel commercio e negli investimenti. «Puntiamo ad un accordo quest'anno sul Doha Round», si legge nel comunicato finale. Mentre Mario Draghi, in qualità di presidente dello Stability Forum, spiega che il «sistema finanziario del futuro dovrà avere più capitale, meno debito, più trasparenza e più regole».

Un vigoroso atto di difesa del libero mercato è stato il discorso pronunciato dal presidente americano ormai uscente George W. Bush, giovedì scorso, a New York. Concetti poi ripetuti nei suoi interventi al summit.

Riconoscendo la necessità di mercati finanziari «più trasparenti e adeguatamente regolati», e di istituzioni come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale più aperte alle nazioni in via di sviluppo, «più trasparenti, responsabili ed efficaci», Bush ha però sottolineato che «l'intervento pubblico non è una cura», ricordando come la storia abbia dimostrato che «la più grande minaccia al benessere economico non è troppo poco intervento del governo nel mercato, ma l'eccessivo intervento», come nel caso di Fannie Mae e Freddie Mac.
«C'è una lezione evidente: il nostro scopo non dovrebbe essere più governo, ma un governo più intelligente. Se le riforme nel settore finanziario sono essenziali, la soluzione a lungo temine ai problemi di oggi è una sostenuta crescita economica. E la via più sicura per quella crescita è il libero mercato... La crisi non è stata un fallimento del libero mercato. E la risposta non è tentare di reinventarlo. E' risolvere i problemi, fare le riforme, e andare avanti con i principi del libero mercato che hanno garantito benessere e speranza ai popoli di tutto il mondo.

Il capitalismo non è perfetto. Ma è di gran lunga il più efficiente e giusto modo di organizzare l'economia. Il capitalismo offre alle persone la possibilità di scegliere dove lavorare e cosa fare, di comprare e vendere i prodotti che desiderano, e la dignità che deriva dal trarre guadagni dal proprio talento e dal duro lavoro. Il libero mercato fornisce gli incentivi per lavorare, innovare, risparmiare, investire e creare lavoro. Il libero mercato offre a un marito e a una moglie la possibilità di avviare una loro attività, a un immigrato di aprire un ristorante, a una madre single di tornare al college e costruirsi una carriera migliore. E' ciò che ha permesso alle imprese nella Silicon Valley di cambiare il modo in cui il mondo vende i prodotti e cerca le informazioni. Che ha trasformato l'America da una frontiera rocciosa a una nazione che ha dato al mondo il battello a vapore e l'aereoplano, il computer e la TAC, internet e l'iPod... Le nazioni che hanno perseguito altri modelli hanno conosciuto esiti devastanti... Le prove sono inequivocabili: se vuoi crescita economica, giustizia sociale e dignità umana, il libero mercato è la strada che fa per te».
Anche Bush si è pronunciato contro il protezionismo, sostenendo che «importante come mantenere il libero mercato all'interno degli stati è mantenere la libera circolazione di beni e servizi tra gli stati».
«Tenere i mercati aperti al commercio e agli investimenti è necessario soprattutto durante periodi di crisi economica. Subito dopo il crack finanziario del 1929, il Congresso approvò la "Smoot-Hawley tariff", una misura protezionistica volta a separare l'economia americana dalla competizione globale. Il risultato non fu la sicurezza economica, ma la rovina. I leader mondiali devono tenere a mente questo esempio e respingere la tentazione del protezionismo».

Friday, November 14, 2008

Eluana è libera

Si chiude la vicenda giudiziaria di Eluana Englaro, dopo che 16 anni fa si era purtroppo già chiusa quella umana. Si chiude con la liberazione del corpo della ragazza, ostaggio di procedure mediche e burocratiche contrarie alla sua volontà. Se infatti i più invasivi protocolli di rianimazione sono doverosi, in caso di primo soccorso, dalla situazione paradossale che talvolta generano e in cui era piombata la povera Eluana si dovrebbe poter uscire. Se le terapie non sono in grado, dopo 16 anni, di restituire a un corpo una vita umana, ma lo limitano ad una vita da vegetale, dovrebbero potersi sospendere. D'altra parte, esattamente come porvi fine, anche continuare è una decisione che non dovrebbe spettare ad altri che al paziente.

Ma in assenza di una sua volontà attuale, a chi altri se non ai parenti più stretti spetta di far valere una sua volontà differita, che sia riportata senza contestazioni? Non allo stato, non ai medici, non ai giudici, non ai chierici. E' sbagliato, infatti, sostenere che i giudici abbiano deciso alcunché. I giudici hanno solo ritenuto affidabile e credibile il padre di Eluana nel farsi latore della volontà della ragazza. E' lui, al limite, che ha deciso. E chi altri poteva, se non i genitori, in quella particolare situazione?

La Chiesa e i politici cattolici parlano spodoratamente di «omicidio», non rendendosi conto di quanto lontani siano dal buon senso delle persone comuni, le quali sanno benissimo distinguere un omicidio/suicidio dal rispetto del desiderio che il proprio corpo non venga tenuto artificialmente a vegetare. Non mi voglio ripetere oltre, avendo già affrontato la questione innumerevoli volte su questo blog, quindi vi rimando alle riflessioni di Oggettivista, che condivido in pieno.

Dal punto di vista politico, è ovvio che i giochi siano mutati. Siamo di fronte a sentenze che hanno riconosciuto de facto come già esistente nell'ordinamento il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici, chiarendo che essendo un diritto costituzionalmente garantito non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche e in presenza di volontà non scritte e differite, ma accertabili. Non c'è alcun vuoto legislativo da colmare.

Non stupisce, quindi, che oggi una legge sul testamento biologico venga richiesta a gran voce proprio da chi per anni vi si è opposto. E' singolare, invece, come non si siano accorti che il gioco è cambiato i sostenitori del testamento biologico, i quali, forse per protagonismo, sembrano non rendersi conto che ad oggi un intervento legislativo rischia concretamente di restringere quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.

Una storia di ordinaria partitocrazia

Che le commissioni parlamentari di garanzia e di controllo siano presiedute dagli esponenti dell'opposizione è una buona prassi istituzionale da conservare. Ma ciò non autorizza l'opposizione a pretendere che la maggioranza di accetti a occhi chiusi qualsiasi candidato. E' politicamente evidente che Leoluca Orlando è tra le personalità meno adatte a ricoprire un incarico che richiede un comprovato spirito bipartisan, spirito del tutto assente nel partito di Orlando, l'Italia dei Valori.

La cosa strana è che Veltroni si ostini ad appoggiare la candidatura di Orlando, quando tanti parlamentari del suo partito potrebbero presiedere con maggiore equilibrio la Commissione di Vigilanza Rai. Non si capisce cosa ancora trattenga Veltroni dal rompere definitivamente con Di Pietro. Ogni fondamentale della politica indica che sarebbe nell'interesse del Pd che questa rottura si consumi. Eppure, Veltroni persevera al punto da indurci a supporre l'esistenza di un oscuro patto siglato con Di Pietro, nel senso che forse l'ex pm e schegge impazzite della magistratura hanno in mano carte che possono fare molto male al Pd e a Veltroni.

L'iniziativa del PdL di eleggere Villari, con il voto - andrebbe ricordato - di due parlamentari dell'opposizione, è senz'altro spregiudicata, ma istituzionalmente corretta. Mette in difficoltà l'avversario politico, sì, ma assegna la presidenza della Commissione a un esponente dell'opposizione, nonostante all'opposizione facciano riferimento già il presidente e due consiglieri del consiglio di amministrazione della Rai.

Più discutibili dal punto di vista istituzionale le reazioni scomposte di Veltroni e del Pd. Queste sì, atti di «imbarbarimento della politica». Capisco anche che il partito, vedendosi scavalcato, eserciti delle pressioni su Villari per farlo dimettere. Ma addirittura annunciare le sue dimissioni prim'ancora che le comunichi il diretto interessato mi sembra un sopruso, un atto di arroganza, e un vulnus istituzionale ancora più grave di quello che si contesta alla maggioranza. «Mi ha telefonato ora il senatore Villari, per comunicarmi che andrà dal presidente della Camera e dal presidente del Senato a rassegnare le sue dimissioni... Sì, credo che lo farà in queste ore, andrà dai presidenti di Camera e Senato», dettava Veltroni alle agenzie.

E invece, quelle ore sono già passate senza che Villari si sia dimesso. Incontrerà i presidenti, riferirà al suo gruppo, e poi prenderà una decisione. Il presidente della Repubblica Napolitano sembra non avere intenzione di esercitare un ruolo attivo nella vicenda («Non ho titolo per intervenire»), mentre Schifani e Fini annunciano di voler incontrare il neo-eletto. Ma l'esito di questi incontri potrebbe sconfessare Veltroni, indebolendo ancora di più la sua leadership già appannata. L'ipotesi che si profila infatti è che Villari assuma la presidenza per garantire l'inizio dei lavori di questa commissione (che dovrebbe essere interesse dell'opposizione far funzionare al meglio), cercando nel contempo di trovare una soluzione più condivisa per la presidenza.

All'interesse istituzionale che una commissione parlamentare di controllo possa svolgere il suo lavoro Veltroni sembra anteporre il rispetto di un accordo partitocratico tra il Pd e il partito giustizialista di Di Pietro. Possibile che un Pd dalla pretesa "vocazione maggioritaria" debba pendere dalle labbra di questo Orlando?

Thursday, November 13, 2008

Una nuova via per il GOP

A pochi giorni dalla disfatta le migliori menti nei principali circoli conservatori si stanno già interrogando sulle cause e le possibili nuove vie. «Cosa ci è accaduto?»; «Cosa comporta la vittoria di Obama per il Paese e per il movimento conservatore?» Ne discuteranno, in un incontro organizzato dal 13 al 16 novembre a Palm Beach dal David Horowitz Freedom Center, personalità del calibro di Karl Rove, i governatori Haley Barbour e Tim Pawlenty, il senatore Jeff Sessions e i deputati Mike Pence e Ed Royce; e ancora, autorevoli intellettuali come David Horowitz, Victor Davis Hanson, Robert Spencer, Daniel Pipes.

David Frum, del neoconservatore American Enterprise Institute, suggerisce ai Repubblicani una «nuova via». Hanno di fronte una scelta «dolorosa e lacerante» tra due possibilità. La prima è tornare allo «zoccolo duro». La base, quasi interamente bianca, residente nel centro del Paese, benestante, di età media o più vecchia, più uomini che donne, con istruzione superiore ma pochi laureati. Pensate a Joe "l'idraulico" e vedrete l'anima del GOP. «Joe non è cambiato molto negli ultimi decenni, ma il Paese sì». Dal 1990 gli ispanici sono quasi raddoppiati e i bianchi laureati sono aumentati dal 22 al 28,5%. Molti leader repubblicani esorteranno il partito ad aggrapparsi alla via «testata e provata» (tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo), ma il voto di Joe "l'idraulico" non basta più.

Bush ha sperato di conquistare il voto degli ispanici: regolarizzando gli immigrati illegali; espandendo i programmi federali di assistenza; spingendo le banche ad abbassare i requisiti per la concessione dei mutui per aiutare i lavoratori a basso reddito a comprarsi una casa. Ma non ha potuto ottenere il punto 1 dal Congresso (che in ogni caso allontana Joe, di cui i Repubblicani hanno ancora bisogno); ha realizzato il punto 2, ma i Democratici offrono di più; e riguardo al punto 3, tutti sappiamo come è finita. «Non ci sarà un futuro ispanico per il GOP per anni e anni», prevede Frum, che quindi propone una via «così antica e polverosa da sembrare quasi nuova e inesplorata».

Una generazione fa i Repubblicani dominavano tra i laureati al college. Nel 1984 e nel 1988, Reagan e George Bush padre vinsero stati come California, Pennsylvania e Connecticut, stati "blue" da generazioni. Dal 1988, i Democratici sono diventati più conservatori in economia, e i Repubblicani più conservatori sui temi sociali. Gli americani istruiti nei college sono arrivati a credere che i loro soldi sono al sicuro con i Democratici, ma i loro valori sono minacciati dai Repubblicani. Conquistarli comporterà «cambiamenti dolorosi», su temi che vanno dall'ambiente all'aborto, nello stile e nei toni. Un approccio «meno apertamente religioso, meno polarizzato sui temi sociali, meno superficiale riguardo le policy, che lascerebbe poco spazio alle Sarah Palin».

Secondo Michael D. Tanner, del libertario Cato Institute, il messaggio degli elettori è chiaro. Dopo 8 anni in cui Bush ha accresciuto la spesa federale «più di qualsiasi altro presidente dai tempi di Lyndon Johnson», i Repubblicani «hanno perso la capacità di distinguersi dai Democratici». Da partito della crescita economica, della disciplina fiscale e del governo limitato, il GOP è divenuto proprio come i fautori della spesa che intendeva combattere. «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, e lo Stato ci ha cambiati», per usare una felice espressione di McCain. Prima lezione dalla sconfitta: il big government conservatore «non è solo una politica sbagliata, ma anche cattiva politica». Secondo Tanner, i Repubblicani devono ritornare ai principi di governo limitato, libero mercato e libertà individuali. Seconda lezione: devono espandere la loro base al di là della Destra religiosa.

Durante la campagna i "social conservative" hanno continuamente minacciato di starsene a casa. Invece, sono stati gli elettori delle periferie urbane, gli indipendenti, stufi non solo della guerra e della corruzione, ma anche della deriva verso il big government, a cambiare voto. Nel 2004 Bush vinse nelle periferie 52 a 47. Nel 2008, gli elettori delle periferie urbane, benestanti, professionisti con istruzione superiore, moderati sui temi sociali e conservatori in economia, hanno votato Obama con un margine di 50 a 48. Lo spostamento del voto nelle periferie di Columbus, Charlotte e Indianapolis ha determinato il passaggio dell'Ohio, della North Carolina e dell'Indiana ai Democratici.

Che fine farà il "fusionismo", quella coalizione politica tra conservatori e libertari che da Reagan in poi ha garantito al Partito repubblicano una lunga serie di vittorie? Se lo chiede Ilya Shapiro. Molto dipenderà da cosa decideranno di fare i Repubblicani. Se scelgono l'approccio del governo limitato sostenuto dal deputato Jeff Flake, che ha denunciato «l'inadeguato e impraticabile statalismo conservatore dell'amministrazione Bush», e da qualche altro giovane deputato, ci sarà ampio margine di collaborazione con i libertari. Ma se adottassero la combinazione tra populismo economico e conservatorismo sociale, rappresentata da Mike Huckabee e Sarah Palin, il «fusionismo» sarà morto e sepolto.

Wednesday, November 12, 2008

Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata

Proprio nel giorno in cui la Russia rispedisce al mittente la proposta di collaborazione avanzata dagli Stati Uniti sullo scudo anti-missile (l'accesso degli ufficiali russi agli impianti in Polonia e nella Repubblica Ceca), il ministro degli Esteri Frattini rilascia a la Repubblica un'intervista che rischia di spostare troppo verso Mosca l'asse della politica estera italiana.

«La soluzione proposta dagli Usa esclude qualsiasi ipotesi di discussione», rivela una fonte del Cremlino citata dalle agenzie Itar Tass e Interfax. «Siamo pronti a cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza europea, ma le proposte sul sistema di difesa missilistico sono insufficienti».

Il presidente-eletto Obama si trova in «una posizione sconveniente», osservano al Cremlino, a causa dell'attuale amministrazione che vuole far passare a tutti i costi come inevitabile la decisione sullo scudo. Il sistema di missili "Iskander" non è ancora stato dispiegato nella regione di Kaliningrad - come aveva annunciato il presidente russo Medvedev salutando con un guanto di sfida il nuovo inquilino della Casa Bianca - ma la decisione politica è già stata presa, fanno sapere da Mosca. Sembra ci sia già la fila, dopo pochi giorni trascorsi dalla vittoria di Obama, per tastare il polso della nuova amministrazione. Dal 20 gennaio, nei primi sei mesi della prossima presidenza, nemici e avversari dell'America lanceranno ciascuno la loro sfida per mettere alla prova la determinazione di Obama.

Ed è in questo contesto che si inserisce l'intervista di Frattini a la Repubblica:
«Un'amministrazione americana impegnata sull'Afghanistan più che in passato, proiettata verso l'Asia più di quanto abbia fatto Bush, non potrà permettersi una guerra fredda con la Federazione russa. Quindi, non si potrà permettere di schierare lo scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca, perché non si può permettere i missili russi a Kaliningrad».

Washington dovrebbe cedere alle minacce dei russi?

«No, bisogna andare verso una prospettiva in cui Europa, Russia e America costruiscano insieme un nuovo ordine di sicurezza. Non vuol dire rimpiazzare la Nato, come qualcuno ha pensato. America, Russia ed Europa devono costruire un'intesa che abbia una strategia condivisa sulla non-proliferazione nucleare, sulla nuova architettura di sicurezza in Pakistan-Afghanistan. Una collaborazione fondamentale perché il Quartetto davvero giochi positivamente per la pace in Medio Oriente. Per questo i missili non servono».

Vuol dire che suggerisce all'America di bloccare lo schieramento del sistema anti-balistico in Polonia e Repubblica Ceca?

«Io consiglio di cambiare approccio: sbagliando, la Russia ha interpretato male lo scudo anti-missile americano, lo ha considerato un segnale di inimicizia. Dobbiamo ribaltare la situazione, perché quando Medvedev annuncia missili a Kaliningrad significa missili al centro della Lituania. La prudenza di Obama è indicativa. E aggiungo una cosa: dobbiamo riflettere con prudenza sull'allargamento della Nato a Ucraina e Georgia: il vertice di Bucarest ha preso delle decisioni, ma accelerare quelle decisioni sin dal prossimo dicembre sarebbe un altro segnale che non aiuterebbe nei rapporti con la Russia».
Dunque, in sostanza per Frattini niente scudo e niente ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato. Una posizione del tutto sovrapponibile a quella russa. La «prudenza di Obama», che Frattini giudica «indicativa», è dettata innanzitutto dal fatto che non è ancora il presidente in carica. Due sono le cose: o Frattini ha ben interpretato il nuovo vento che spira a Washington, e allora appresta l'Italia a giocare un significativo ruolo di "facilitatore" della nuova concordia tra Stati Uniti e Russia; oppure, ha sbagliato i calcoli, Obama tirerà dritto per non dare l'impressione di abbassare lo sguardo di fronte ai bluff di Mosca.

Molto dipenderà anche dalle reali intenzioni dei russi. Stanno alzando la voce per farsi ascoltare, per trovare un compromesso in modo da non perdere la faccia, per farsi includere in un sistema di sicurezza europeo, o ambiscono a sfidare la leadership americana? E' ciò che gli analisti del nuovo presidente Usa cercheranno di capire. In quest'ultimo caso, nel prossimo futuro i rapporti tra Washington e Mosca saranno esposti a forti tensioni e volendo stare con una gamba da una parte e una dall'altra, l'Italia rischia di fare la spaccata.

Tuesday, November 11, 2008

Il governo ricordi Reagan nel 1981

Ciò che sta accadendo nei principali aeroporti italiani è qualcosa di indegno in un paese civile, e il governo finora non è riuscito ad andare oltre a qualche ferma presa di posizione, dei ministri Matteoli (Trasporti) e Maroni (Interni).

Qualche decina di estremisti, senza alcuna legittimazione, né sindacale né democratica, stanno tenendo in ostaggio migliaia di viaggiatori. A nulla sembra essere servita la precettazione decisa ieri, dopo 24 ore di sciopero senza preavviso da parte di gruppi autonomi di assistenti di volo e piloti. «il governo non consentirà...» (Matteoli); «quello che è avvenuto ieri... non potrà più avvenire... perché è una violazione della legge»; si tratta di «comportamenti illegali che noi intendiamo contrastare» (Maroni). Ma intanto gli aerei sono ancora a terra.

Un'inchiesta è stata aperta per interruzione di pubblico servizio e inosservanza del provvedimento di precettazione, ma il governo rimane fin troppo esitante. Le parole, sebbene dure, non bastano. Occorrono fatti concreti.

In caso di scioperi illegali nel pubblico impiego o nei serivizi pubblici, il datore di lavoro dovrebbe essere autorizzato a sostituire gli scioperanti con personale anche esterno all'azienda. E l'adesione a uno sciopero illegale, che sia oggetto di precettazione, dovrebbe divenire giusta causa di licenziamento. Per fare ciò occorre porre mano a una riforma da molti ritenuta urgente: quella dello statuto dei lavoratori.

Ricordiamo cosa accadde negli Stati Uniti nell'agosto del 1981. Circa 13 mila dei 17 mila e cinquecento membri del sindacato dei controllori di volo decisero di scioperare, violando una precisa clausola contrattuale che impediva loro di esercitare il diritto di sciopero in quanto impiegati federali. Il presidente Reagan intimò al sindacato di revocare lo sciopero e ai controllori di ritornare al lavoro entro due giorni, pena il licenziamento. Solo 1.500 su 13 mila obbedirono e il 5 agosto Reagan comunicò alla nazione di aver appena firmato il decreto di licenziamento per coloro che non erano ritornati al lavoro, stabilendo che non potessero mai più venire assunti nei servizi federali.

Per ristabilire la normalità del traffico aereo, furono intensificati i corsi per diventare controllori di volo e i militari dell'aeronautica coprirono i buchi rimasti. Alcuni mesi dopo, la magistratura rinviò a giudizio 75 leader della protesta selvaggia e comminò multe per due milioni di dollari.

Fermo restando il diritto di sciopero anche nei servizi pubblici, almeno in caso di adesione a scioperi illegali già oggetto di precettazione, cioè senza preavviso e senza rispettare i termini di legge, anche in Italia dovrebbe essere previsto il licenziamento e il risarcimento dei danni materiali, sia al datore di lavoro (lo stato), sia agli utenti (i singoli cittadini).

Monday, November 10, 2008

Il voto per Obama come voto patriottico

Concedetemi questa piccola soddisfazione. Mi sembra che Anne Applebaum, autorevole commentatrice del Washington Post, abbia fornito sul Daily Telegraph della scorsa settimana una lettura della vittoria di Obama molto simile a quella che ho tentato di esporre nel post Generation Obama. Secondo Anne Applebaum, la vittoria di Obama era «inevitabile». Ma la spiega, più che per le sue proposte politiche, per la voglia dell'elettorato di colore, ma anche dei bianchi, persino di qualche conservatore, di «fare la storia», eleggendo il primo presidente di colore. Un numero incredibile di americani di colore, per la prima volta nella storia recente, si è recato a votare. Ma ancor più importante, osserva, anche molti americani bianchi sono stati attratti da Obama, e persino alcuni repubblicani bianchi.

«Una vecchia amica, una repubblicana irriducibile, sposata ad un altrettanto irriducibile repubblicano, anche piuttosto noto, mi ha confessato di aver votato Obama», rivela la Applebaum. «Sebbene avesse i suoi dubbi, il giorno delle elezioni ha scoperto che la decisione era facile. Più che facile: edificante. Quando è uscita dal seggio, aveva le ali ai piedi, perché aveva appena votato per il primo presidente nero. "E questa non è poca cosa", mi ha scritto: "Forse le vale un po' di tasse in più". Non solo democratici, indipendenti, non solo indecisi, ma anche veri repubblicani erano mossi dalla prospettiva di un presidente nero - e così disgustati dall'amministrazione Bush - che hanno deciso di votare Obama». La sua retorica «inclusiva, centrista, bipartisan» ha prevalso persino sulla sfilza dei suoi voti da sinistra liberal in Senato.
«Questa elezione non è stata storica nel senso che presentava agli americani una sorta di scelta epocale tra due presidenti che avrebbero avuto enormi differenze politiche, e che avrebbero preso decisioni molto diverse. Chiunque fosse entrato alla Casa Bianca avrebbe avuto possibilità limitate, poco spazio di manovra. Non ho alcun dubbio che un McCain compirebbe molte scelte simili a quelle di Obama su molti temi... Tuttavia, è stata una elezione completamente diversa da ogni altra e ha prodotto un'euforia che non ho mai visto prima nella politica americana».
«Quando il primo presidente di colore è salito sul podio, con la prima First Lady di colore al suo fianco, era impossibile non sentire che qualcosa di profondo era davvero cambiato». La Applebaum ricorda le parole pronunciate da Obama: «Se c'è ancora qualcuno che ancora dubita che l'America sia un posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri Fondatori sia ancora vivo ai giorni nostri, stasera ha la sua risposta». E anche McCain se n'è accorto. Nel suo «gentile e memorabile» discorso di concessione ha elogiato Obama per aver saputo «ispirare le speranze di tanti milioni di americani che prima credevano, sbagliandosi, di avere poco interesse o poca influenza nell'elezione di un presidente americano».

«Mi sono del tutto convinta adesso - prosegue la Applebaum - che alla fine per Obama essere nero non è stato uno svantaggio. Al contrario, si è rivelato enormemente vantaggioso, una delle chiavi della sua vittoria». Perché la vittoria di Obama «ha permesso agli americani di credere, ancora una volta, che gli Stati Uniti sono ancora una nazione virtuosa. E non si tratta solo di piacere all'estero, sebbene sia cosa di non poco conto: si tratta di essere certi che siamo ancora, come spesso ci siamo detti, un esempio per le altre nazioni», quella «città sulla collina» che risplende.

Per la maggior parte degli americani che hanno votato Obama non si è trattato di eseguire banalmente ciò che dettava il politically correct, o di una scelta dettata da una sorta di "razzismo" invertito - favorire Obama come compensazione, o "affirmative action", per il colore della sua pelle - ma di un'opzione davvero patriottica, di rilanciare al mondo e a se stessi il messaggio del senso profondo e dei principi su cui si fonda la democrazia americana. Dimostrare che in America «nulla è impossibile» - e cosa più di un presidente di colore avrebbe potuto provarlo? - è la prima medicina che gli americani hanno deciso di prescrivere alla politica e a loro stessi per potersi risollevare dalla crisi economica.

Friday, November 07, 2008

I blocchi che vorrei

Volevano bloccare la stazione della metro Piramide (Roma), impedendo così a qualche incolpevole lavoratore di scendere alla propria fermata per tornare a casa dopo una giornata (e una settimana) di lavoro. Non gli è stato permesso, per fortuna. «Caricati», accusano i manifestanti, anche se dalle foto sembra piuttosto un assedio ai cancelli della stazione.

Avrei preferito invece che fossero bloccati i concorsi già banditi per 7 mila nuovi posti (2 mila da ricercatore, 4 mila di professore ordinario e associato, e a breve altri mille da ricercatore), contati sul Corriere di alcuni giorni fa da Franceso Giavazzi, che chiedeva al governo di intervenire. Ma sarebbe scoppiata una rivoluzione.

Sono soprattutto i 4 mila posti da professore i più odiosi, perché «semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università», svolti «secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti», perché «di ciascun concorso già si conosce il vincitore». Tutto questo gli studenti che tentano di bloccare le stazioni lo ignorano. Non capiscono, o non vogliono capire, «l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole». I professori, ovviamente, se ne stanno zitti e ci lucrano su.

Il ministro che ha ereditato questi concorsi «non pare aver la forza per cambiarli», scriveva Giavazzi. Invece, il ministro qualcosa ha fatto, facendo approvare il decreto che invocava il professore. Non il blocco, purtroppo, ma neanche il solito rinvio. Piuttosto, un segnale di discontinuità. Cambierà, infatti, il meccanismo per la composizione delle commissioni di valutazione: sorteggio.

Io li abolirei del tutto i concorsi, perché in un sistema in cui la sopravvivenza delle università e il posto di ciascun docente dipendessero solo dai risultati, la chiamata diretta sarebbe il metodo di selezione più efficiente. Ma almeno il decreto Gelmini cerca di "disturbare" i piani dei truccatori di concorsi.

Il decreto contiene anche una «deroga» al blocco del turn-over previsto dalla legge 133. «Per favorire il ricambio generazionale» il blocco passa dal 20 al 50%, ma con un vincolo di spesa: il 60% dei fondi dovranno essere usati per assumere giovani ricercatori. Praticamente, mi pare di aver capito, ogni due docenti che andranno in pensione le università potranno sostituirne uno, ma il 60% delle sostituzioni dovrannno riguardare giovani ricercatori. E tenete presente che uno stipendio da professore ne vale due, o anche tre, da ricercatore.

Nel decreto anche 135 milioni di euro per 180 mila borse di studio ai ragazzi più meritevoli e 500 milioni di euro alle università più meritevoli, sulla base della qualità scientifica della ricerca prodotta. Ma anche le «linee guida» per quattro riforme dell'università: reclutamento dei docenti, dottorato di ricerca, sistema di valutazione e governance.

Uno degli argomenti più usati contro i tagli alle università è che non dovrebbero essere generalizzati, a pioggia, ma colpire chirurgicamente gli sprechi e le inefficienze. D'accordo, ragionevole. Ma pochi sanno, e tra questi pochi dicono, che il governo non può farlo, non si può fare dall'alto. In ragione dell'autonomia delle università, infatti, cose come razionalizzazione dei corsi di laurea, eliminazione di quelli inutili, diminuzione di cattedre e chiusura di sedi decentrate, spettano agli organi di governo degli atenei: rettore e senato accademico. E' contro questi organi che dovrebbero indirizzarsi le proteste per come vengono spese le risorse.

Una cosa che poteva fare il governo l'ha fatta. Ci sono atenei che spendono in stipendi più del 90% del fondo ordinario. Un'impresa con un bilancio del genere non potrebbe andare avanti. Basta un semplice ragionamento: con quali soldi tutte queste persone possono fare ricerca? E' evidente che la scelta effettuata dalle università è garantire a più docenti possibili uno stipendio non da poco, senza preoccuparsi del fatto che poi quegli stessi - anche i più preparati e volenterosi - non hanno fondi sufficienti per produrre risultati. Il decreto prevede il blocco totale del reclutamento di ricercatori, associati e ordinari nelle università in cui più del 90% del fondo statale se ne va in stipendi. Una soglia che dovrebbe essere portata progressivamente al 60%. Meno docenti, migliori, ma con i soldi per fare ricerca, invece di un baraccone che mantiene assistiti di lusso.

Tastare il polso a Obama

Come hanno reagito amici e avversari dell'America all'elezione di Barack Obama? Dagli amici sincere congratulazioni e disponibilità alla massima collaborazione. E mentre Berlusconi ha già offerto a Obama i suoi consigli, concedendosi l'immancabile battuta fuori luogo su cui tutto quello che c'è da dire lo ha scritto oggi Phastidio.net, il ministro degli Esteri Frattini si è sbilanciato in una previsione più che fondata: «Obama metterà l'Europa davanti a una scelta: diventare finalmente produttore di sicurezza, cioè dare di più, e non essere solo consumatore di sicurezza. Mi aspetto che chieda all'Europa un maggiore impegno politico e militare nella Nato, e in Afghanistan».

Secondo il ministro degli Esteri iracheno Zebari, l'elezione di Obama non porterà ad un rapido disimpegno americano dall'Iraq: «Obama ha detto agli iracheni, durante la sua visita in Iraq, che in caso di vittoria alle elezioni non si sarebbe affrettato a ritirare le truppe».

Non sono mancati, tuttavia, messaggi sinistri, da nazioni avversarie o nemiche dell'America. E dietro le congratulazioni di rito, si profilano già le sfide, il tentativo di tastare il polso al nuovo presidente. D'altronde, il candidato vice di Obama, Joe Biden, aveva avvertito che nei primi mesi di presidenza sarebbe stato messo duramente alla prova.

Il presidente russo Medvedev ha auspicato un «nuovo respiro» alla Casa Bianca e criticato l'attuale amministrazione per la sua «politica presuntuosa». A scanso di equivoci, ha ribadito che Mosca «non rinuncerà al suo ruolo nel Caucaso» e proprio per salutare Obama ha preannunciato il dislocamento di missili a corta gittata "Iskander" a Kaliningrad, enclave russa tra Polonia e Lituania, in risposta all'apertura delle basi per lo scudo americano in Polonia e nella Repubblica Ceca.

Simile a quella russa la reazione dell'Iran. Per l'agenzia ufficiale Irna, la vittoria di Obama è una «catarsi nazionale», «una prova del fallimento di Bush», «ripudiato» dagli americani. Ora, ha fatto sapere uno tra i più stretti collaboratori della Guida Suprema Ali Khamenei, «c'è la possibilità di migliorare i rapporti tra Usa e Iran». Peccato che, a poche ore dall'elezione, Teheran abbia denunciato che elicotteri americani volano «troppo vicini» allo spazio aereo iraniano lungo il confine iracheno, minacciando di rispondere a ogni violazione. Poca cosa.

E infine, oggi, l'immancabile minaccia di al Qaeda, che intima al nuovo presidente di ritirare le truppe Usa dai paesi musulmani e di «non entrare più nei nostri affari», strumentalizzando la crisi economica (sarebbe causata dalla guerra in Iraq).

Ma la sfida più consistente mi sembra ad oggi quella russa. Washington Post ieri, e Financial Times oggi, hanno entrambi dedicato un editoriale sulla questione dello scudo: «La vittoria di Obama è un opportunità reale per rivedere l'aspra disputa che nasce dai piani di Washington per istituire basi missilistiche in Europa dell'Est». Rivedere, è la parola che viene usata dal FT. Più esplicito il Washington Post, che ha parlato della possibilità di rallentare o cancellare il programma.

Il quotidiano Usa suggerisce al neopresidente di non cadere nel «bluff» russo dei missili "Iskander". Se deciderà di rallentare o cancellare il dislocamento del sistema di difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca, non lo faccia citando la Russia e le minacce di rappresaglia che vengono da Mosca. E' improbabile che Obama si esprima su queste delicate questioni prima del suo insediamento alla Casa Bianca, ma se davvero desisterà dal piazzare lo scudo, o rallenterà troppo il programma, non basterà non citare le minacce russe per evitare che si pensi che l'America ha abbassato lo sguardo di fronte al bluff di un "orso" ancora più malconcio dell'"aquila". Certe aspettative possono lusingare Obama, ma dietro di esse tutti sono pronti ad approfittarsi della sua inesperienza e di sue eventuali debolezze. Dovrà prepararsi a giocare su più tavoli e a non concedere nulla.

Wednesday, November 05, 2008

Generation Obama

America, sei grande! Mi ero ripromesso di andarmene a letto non appena, come avevo previsto, fosse stata chiara la vittoria di Obama. Intorno, al massimo, alle 2:30 qui in Italia, il trend era chiaro. Il margine così stretto in Indiana faceva presumere che l'Ohio si sarebbe comunque colorato di blu. La Virginia faceva ancora sperare McCain, ma in Florida la tendenza per Obama si andava rafforzando, per non parlare della Pennsylvania, quasi subito assegnata. I giochi erano fatti, ma non ho resistito e sono rimasto in piedi fino all'alba attirato dallo spettacolo eccitante che si stava profilando a Chicago. Obama è stato bravo ad attirare su di sé tanto entusiasmo popolare. La folla che si è radunata a Chicago era letteralmente da pelle d'oca.

E forse spiega anche il perché di una vittoria così a valanga, paragonabile solo a quella del 1964 tra le elezioni presidenziali del secondo dopoguerra. La mia impressione, vista l'affluenza record, è che certamente la crisi economica ha dato a Obama la spinta finale, ma che tuttavia, viste le proporzioni, si possa parlare di una vera e propria Generation Obama. E' come se milioni di giovani e di nuovi elettori avessero voluto essere i figuranti di un film colossal che si stava girando su un evento epocale nella storia americana: l'elezione del primo presidente afroamericano.

Anche la crisi economica si è inserita perfettamente in questo plot. Più che chiedersi se le ricette di Obama fossero migliori di quelle di McCain, la mia impressione è che di fronte alla crisi gli americani si siano ancor più convinti che fosse comunque arrivata l'ora di una svolta generazionale. Quanto più la situazione volgeva al peggio, tanto più il gioco valeva la candela. O la va, o la spacca.

Il perfetto spot-documentario di Obama, lungo mezz'ora, trasmetteva esattamente il senso di una grande opportunità a portata di mano, qualcosa di straordinario che stava per accadere, un evento a cui non mancare. Scrivevo, in un post di qualche giorno fa, che «dal punto di vista psicologico la voglia di non mancare ad un appuntamento che con grande maestria Obama e il suo staff sono riusciti ad ammantare di un che di storico potrebbe essere un fattore d'attrazione decisivo». Così è stato: a prescindere dalle sue proposte politiche, per le sue origini e la sua biografia, il fatto stesso dell'elezione di Obama (come d'altronde ha riconosciuto anche McCain) rappresenta un cambiamento storico, che soprattutto giovani e nuovi elettori non hanno voluto mancare.

Obama ha intelligentemente giocato il colore della sua pelle non in modo identitario, come di solito sono inclini a fare i candidati neri, ma come un'opportunità offerta a un'intera nazione di ridefinire la propria identità politica. Si può dire, alla fine, che il fattore razziale lo abbia favorito, anziché danneggiarlo, perché la gente lo ha votato proprio per determinare, tra tante circostanze funeste per l'America, un evento storico che ridefinisse la coscienza collettiva della nazione prim'ancora che l'azione del suo governo.

Rimaneva la questione dell'inesperienza. Che in parte è stata superata, quanto meno nell'elettorato democratico, battendo Hillary Clinton alle primarie; in parte qui Obama è stato aiutato dall'esplodere della crisi economica, che ha sepolto i temi di politica estera e sicurezza nazionale, sui quali era più evidente la superiore sicurezza di McCain.

La festa, occorre dirlo, è stata impreziosita da John McCain. Mi sbilancio affermando che il suo è stato uno dei più bei discorsi di concessione che siano mai stati pronunciati. Non è stata una pura formalità e lo si è sentito dai mugugni che si levavano dalla platea di suoi supporters delusi a Phoenix. Mi è sembrato che McCain fosse sinceramente contento, "commosso" in un certo senso, di aver partecipato anch'egli, seppure nel ruolo di antagonista, ad un evento di cui ha avvertito tutto il significato storico; che fosse orgoglioso di servire una nazione che democraticamente stava effettuando una scelta così coraggiosa, così densa di significati. Mi è parso di cogliere questo senso dalle sue parole, quando ha posto l'enfasi sui grandi passi avanti che l'America ha fatto nell'ultimo secolo.

L'elezione di Obama attesta la vitalità della democrazia americana, in grado di selezionare, forgiare quasi dal nulla, senza più distinzioni razziali, leader sia preparati che carismatici, che non provengono da una delle tante dinastie presidenziali o senatoriali. Dimostra che il sistema funziona, che l'America rimane il paese in cui a nessuno che sia dotato di capacità e determinazione viene negata almeno un'opportunità di arrivare ai vertici: «Nulla in questo Paese è impossibile». Dovrebbero essersene convinti anche coloro che vaneggiavano su una quasi-dittatura di Bush, i più scettici sull'America sia dentro che fuori l'America, a cui si è rivolto lo stesso Obama ieri:
«If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible, who still wonders if the dream of our Founders is still alive in our time, who still questions the power of our democracy, tonight is your answer».
Ecco, se l'elezione di Obama servisse a ridare agli americani fiducia nei potenti mezzi del loro sistema, e al resto del mondo l'ennesima dimostrazione della forza della democrazia, ne sarà comunque valsa la pena.

Politicamente, cosa devono attendersi l'America e il mondo dal presidente Obama (e da un Congresso a solida maggioranza democratica)? E' innegabile che Obama sia ancora una incognita dal punto di vista politico. Troppo breve il suo record senatoriale. Si rivelerà il più radicale dei liberal o il più moderato dei democrat? Un nuovo Kennedy o un nuovo Carter? Saprà prendere decisioni difficili, non scontate, che prescindano dal banale schema destra/sinistra?

Sarà un presidente incline ad espandere la spesa pubblica per realizzare i suoi programmi sociali, tassando i più ricchi. Ciò allevierà alcune situazioni di sofferenza nel breve termine, ma non aiuterà la crescita economica nel lungo. Tuttavia, in vista di un secondo mandato Obama sarà attento a non radicalizzare la sua azione. Certamente non è il "pacifista", il no global e l'anti-liberista che viene dipinto qui in Europa. Nei suoi discorsi riecheggiano una visione interventista in politica estera e un'idea muscolare della leadership americana nel mondo. Vuole il ritiro dall'Iraq, ma da oggi è anche la sua guerra e vorrà vincerla. Manderà più truppe in Afghanistan e come egli stesso ha ripetuto più volte, non esiterà ad usare la forza, «unilateralmente se necessario», per proteggere l'America. L'opzione militare per impedire all'Iran di dotarsi dell'atomica rimane sul tavolo. Non crede che «il momento americano» sia passato, come credono invece Fukuyama e Zakaria, intellettuali che figurano tra i suoi nuovi supporter.

Insomma, ci sono tutti gli elementi perché i più entusiasti fan italiani di Obama a sinistra siano costretti a scaricarlo presto.

Tuesday, November 04, 2008

Solo in America è possibile un Obama

E' stata una campagna presidenziale entusiasmante e, come già sembra evidente dalle immagini delle file ai seggi, tra le più partecipate. Gli americani hanno già bocciato alle primarie le scelte dei vertici dei partiti e con le elezioni di oggi dimostrano la vitalità della democrazia americana, che rimane con tutti i suoi difetti un modello insuperato.

Qui com'è noto si preferisce McCain, ma se Obama dovesse vincere, da quel momento sarà il "mio" presidente. Non so quanti possano dire la stessa cosa nei confronti di McCain. Sottoscrivo le parole di Enzo Reale: «Dovesse vincere Obama, non lui ma il fatto stesso della sua elezione renderebbe la città sulla collina ancora più splendente». Sì, perché sarebbe non solo il primo presidente di colore, ma anche il primo presidente figlio di un immigrato africano. Per la sua biografia, al di là delle sue proposte politiche, la vittoria di Obama dimostrerebbe che nell'America di Bush il "sogno americano" è ancora vivo e in ottima salute, se un autentico outsider, per di più di una minoranza, può arrivare alla Casa Bianca o sfiorarla. Ma non bisogna dimenticare che su questo aspetto anche i Repubblicani, e proprio Bush, hanno dato lezioni, collocando in uffici di assoluto rilievo autorevoli personalità di colore, come Colin Powell e Condoleezza Rice.

Mi auguro di dover restare sveglio tutta la notte per assistere alla rimonta di McCain, ma la mia previsione, nonostante i sondaggi abbiano a mio avviso sovrastimato il vantaggio di Obama, è Obama 311 - McCain 227 (al massimo, Ohio e Virginia lo porterebbero a 260). Ciò significa che intorno alle 2 potremo andarcene tutti a letto.

Greenspan sulla graticola

«Lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, era sbagliata, non stava funzionando?»
(Henry Waxman, D-CAL)

Questa sera la prima parte dello Speciale Commissioni (ascolta) è dedicata al Congresso americano, con alcuni estratti dalla recente audizione di Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, dinanzi alla Committee on Oversight and Government Reform della Camera dei Rappresentanti. L'ex governatore è stato ascoltato lo scorso 23 ottobre nell'ambito dell'indagine sul ruolo delle autorità di controllo federali nella crisi finanziaria.

E' stata una seduta accesa, per nulla politicamente bipartisan o neutra. I deputati democratici si sono concentrati sulla negligenza dei controllori federali, criticando la deregulation e la presunzione che il mercato si autoregolasse da sé e che fosse infallibile. I deputati repubblicani, invece, hanno puntato il dito sui giganti para-statali dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac e sui programmi pubblici come il Community Reinvestment Act, che obbliga le banche a favorire l'erogazione di mutui a rischio.

Un momento particolarmente emblematico è stato lo scambio di battute tra il presidente della Commissione, il Democratico Henry Waxman, e l'ex governatore della Fed. Waxman ha incalzato Greenspan per il suo liberismo, spingendolo ad ammettere di aver trovato una «falla», un difetto, nella sua ideologia.