Tuesday, September 30, 2008

Il senso di responsabilità del Congresso

Il Wall Street Journal, che appoggia il piano Paulson pur avendo ospitato nella sua pagina degli editoriali opinioni critiche, mette sotto accusa la classe politica americana dopo la bocciatura del piano da parte della Camera.
«L'America è sopravvissuta a una classe politica inetta nel passato, e sopravviverà di nuovo dopo questa settimana... L'elite di Washington si è meritata tutto il disprezzo che gli americani nutrono per essa».
La responsabilità principale è del partito di maggioranza, cioè dei Democratici, e della presidente Nancy Pelosi, che con il discorso fazioso invece che bipartisan avrebbe convinto molti deputati della minoranza rapubblicana a votare contro il piano di salvataggio. E c'è chi dice che la Pelosi abbia intenzionalmente affossato il disegno di legge sapendo che la bocciatura avrebbe danneggiato McCain. «Considerando la sua carriera capiamo perché sarebbe credibile una cosa simile». Ma ciò non giustifica il "no" da parte di 133 deputati repubblicani.

Molti deputati repubblicani votando "no" hanno certamente inteso rappresentare gli umori del proprio elettorato, sapendo che tra pochi giorni molti di loro saranno chiamati a giocarsi la rielezione nei loro collegi e 700 miliardi di dollari non sono bruscolini per i contribuenti americani. Un comportamento generalmente biasimato, ancor più in queste ore drammatiche da quanti fanno appello al "senso di responsabilità" del Congresso, dall'amministrazione Bush alla Commissione europea passando per lo stesso WSJ.

Ma nel temere per la propria rielezione e agire di conseguenza quei deputati sono davvero venuti meno alle loro responsabilità? A quale responsabilità sono venuti meno? Certamente alla responsabilità nei confronti di un astratto interesse nazionale, che in questo caso coinciderebbe con il salvataggio pubblico del sistema finanziario, e per giunta attraverso lo specifico piano presentato da Paulson. Ma non sono venuti meno alla responsabilità nei confronti degli elettori che rappresentano. Giudicate voi quale delle due responsabilità sia più cogente e coerente con la loro funzione.

Ma potrebbero aver avuto un certo seguito anche i 44 economisti che avevano inviato al Congresso una lettera aperta contro il piano di acquisto degli asset "tossici" delle banche da parte del Tesoro Usa, perché costituirebbe una «minaccia significativa per i contribuenti senza affrontare i problemi fondamentali» del sistema finanziario. «Molti dei problemi del mercato oggi - spiegano gli economisti in questa lettera - sono il risultato di passate politiche governative (soprattutto nel settore immobiliare) esacerbate da una dissoluta politica monetaria». Questa lettera fa parte delle iniziative di FreedomWorks, l'organizzazione del congressman Dick Armey che ha lanciato un appello al Congresso perché bocciasse il piano Paulson. Qui 10 ragioni per dire "no" e le motivazioni di Dick Armey.

Ma sul banco degli imputati allestito dal WSJ figura anche Paulson per la sua arroganza: «Non puoi chiedere al Congresso 700 miliardi senza modestia e una migliore spiegazione di come saranno usati». A questo punto, sostiene il WSJ, una recessione sembra inevitabile, «ma il punto è impedire un collasso del sistema finanziario».

Di sicuro la crisi finanziaria ha ridefinito la corsa presidenziale. Lo scrive, su The Politico, Mark Penn, ex consigliere dei Clinton (sia di Bill che di Hillary).
«La campagna non verte più sul cambiamento, sull'esperienza, sull'Iraq, sui tagli fiscali o il servizio sanitario universale. Gli elettori sempre più voteranno sull'economia invece che sulla sicurezza nazionale o sui valori sociali».
Ciò non favorisce John McCain, che pure sembra l'uomo con l'adeguata esperienza nel mezzo di una crisi.
«Innanzitutto perché la sua performance è parsa incerta piuttosto che ferma; poi, perché il genere di persone che diventiamo in una crisi economica è diverso dal genere di persone che siamo in un momento critico per la sicurezza nazionale. Durante una crisi economica gli elettori cercano le sfumature e la collaborazione reciproca, il compromesso piuttosto che gli assoluti morali».
E le soluzioni di McCain, come il taglio della spesa pubblica, sono popolari ma non sembrano un piano complessivo per correggere l'economia. Nonostante come trattare con l'Iran o con la Russia siano questioni molto serie, nessuno adesso sembra interessato a questi temi. «Senza ulteriori cambiamenti di gioco, queste elezioni saranno un referendum sulla leadership economica», conclude Penn.

Che la crisi non favorisca McCain semberebbero confermarlo anche i sondaggi, come osserva Jay Cost:
«Prima dell'inizio della convention democratica, Obama conduceva con una media di 45,5% a 43,9%. A giugno con una media di 47,1% a 42,4%. Quindi, da giugno alla vigilia delle convention McCain ha ridotto il vantaggio di Obama da 4,5 punti a 1,6. Dopo la convention repubblicana era addirittura passato in vantaggio, ma i recenti eventi hanno spazzato via questo vantaggio e adesso la corsa è tornata quasi ai livelli di giugno».
Dunque, non il primo duello tv, dove McCain si è ben comportato, ma la crisi finanziaria e politica lo danneggia nei sondaggi. A meno che il "maverick" non s'inventi qualcosa...

Monday, September 29, 2008

Obama è diventato un Kerry qualsiasi

In effetti, diversamente da come mi era sembrato scorrendo i siti e guardando i tg nelle ore immediatamente successive al primo dei tre dibattiti presidenziali, i commentatori - sia americani che italiani - non hanno cantato all'unisono il trionfo di Obama. Molti hanno parlato di pareggio, addirittura qualcuno di vittoria di McCain, e se la Repubblica ha titolato che tra McCain e Obama lo «sconfitto» è stato Bush, evidentemente Obama qualche problemino deve averlo avuto, non dev'essere stata per lui una buona serata.

McCain non è il tipo di candidato che scalda i cuori o che intriga le menti, mentre Obama ha sempre un sorriso ammaliante. Ma se i duelli televisivi tra i due candidati alla Casa Bianca contassero più del contesto in cui si svolge la campagna, dopo il primo di venerdì notte McCain si troverebbe in vantaggio. La sensazione è che l'impopolarità di Bush, dopo 8 anni di presidenza, e la non rosea situazione economica, pesino più di qualsiasi performance televisiva. Nonostante a dispetto delle aspettative della vigilia, non abbia vinto il primo dibattito presidenziale, Obama si è dimostrato sufficientemente solido per conservare il suo vantaggio e McCain rimane sfavorito.

L'obiettivo del giovane senatore è dimostrare di essere pronto per il ruolo di commander-in-chief, ma l'altra sera l'ha mancato. McCain invece è riuscito a sfruttare i suoi punti di forza: l'esperienza e la sua reputazione di "maverick". Mentre Obama ha ripetutamente tentato di collegare McCain agli errori della presidenza Bush, McCain ha rivendicato efficacemente di essersi distinto dall'attuale amministrazione su molti dei temi più controversi (la tortura, Guantanamo, la strategia in Iraq, la spesa pubblica, l'immigrazione), sostenendo posizioni che spesso alla prova dei fatti si sono rivelate giuste. McCain ha criticato la gestione del dopoguerra iracheno e alla fine il presidente ha adottato con successo il cambiamento di strategia che suggeriva da mesi.

Entrambi sono stati molto vaghi sulla crisi finanziaria, esprimendo un cauto appoggio al piano di salvataggio. Un atteggiamento elusivo che deve aver irritato non poco i telespettatori. Ma McCain ha saputo spostare la discussione sul piano a lui più congeniale del contenimento della spesa pubblica. Il senatore dell'Arizona ha fatto valere la sua fama di "sceriffo" di Washington, le sue battaglie contro gli sprechi e la corruzione. Passa inosservata una frase, a mio avviso chiave, che McCain ripete ad ogni occasione per criticare la condotta del partito repubblicano, la cui immagine viene ormai associata all'enorme debito pubblico e alla corruzione: «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, ma lo Stato ci ha cambiati».

Nella prima parte del dibattito più volte, probabilmente troppe, Obama ha dato «ragione» a McCain, mostrando un atteggiamento reverenziale verso l'avversario, quasi a riconoscerne implicitamente la maggiore esperienza. Nella seconda parte McCain non ha ricambiato il favore, battendo il tasto sull'inesperienza e l'impreparazione di Obama, che «non capisce» questioni fondamentali di politica estera e di sicurezza (come trattare con il Pakistan; quanto sia pericoloso incontrare Ahmadinejad senza precondizioni; i costi di una sconfitta in Iraq). Il fatto è che semplicemente «non ci arriva», ripeteva uno sconsolato McCain all'intervistatore.

McCain è sembrato calmo, ma energico e preparato, costringendo spesso Obama sulla difensiva. Gli occhi di Obama sono sembrati smarriti in almeno due circostanze: mentre McCain lo attaccava sulla politica estera e mentre l'intervistatore lo incalzava sull'impatto che avrebbe avuto la crisi sui suoi ambiziosi programmi sociali. Obama è stato abile a fissare quasi sempre la telecamera mentre rispondeva, e a volte a rivolgersi verso il suo concorrente, mentre McCain guardava quasi solo l'intervistatore. Ma spesso il repubblicano faceva intravedere un sorriso divertito, quello di chi la sa lunga, durante le risposte "naive" di Obama, mostrando così sicurezza. Non ho bisogno di alcun «training», ha concluso McCain: «Sono pronto a cominciare anche adesso».

Ma il dato a mio avviso davvero più rilevante emerso dal dibattito dell'altra sera è che Obama non è più l'extraterrestre visto e sentito durante le Primarie. L'altra sera McCain ha rafforzato la sua immagine di candidato affidabile, mentre Obama potrebbe aver deluso come inteprete del "change", almeno agli occhi degli "swing voters". Alla prova del contraddittorio la sua retorica è apparsa involuta, a tratti politichese, molto meno brillante e ispirata rispetto agli elettrizzanti discorsi cui ci aveva abituati. Dov'è finito quel messaggio unitario che avrebbe dovuto chiudere l'era delle guerre culturali, razziali e partigiane? Dove sono finiti gli altri «muri da abbattere», le nuove «frontiere» da conquistare? Il "fenomeno" sembra tornato sulla terra. E' apparso un normale politico troppo liberal, con i soliti problemi nell'apparire credibile come commander-in-chief e incline ad espandere la spesa pubblica per realizzare i soliti programmi sociali. Troppo poco come "change", e troppo simile a un Kerry qualsiasi.

Il Veltroni del Lingotto non c'è più (... o non è mai esistito?)

Angelo Panebianco, sul Corriere di sabato, scrive esattamente ciò che mi sono sforzato di ripetere su questo blog ogni volta che mi sono trovato a parlare di scuola e università:
«Il miglior test per sondare lo "spessore riformista" di un partito italiano consiste nel valutare le posizioni che esso assume sulla scuola. La scuola pubblica è come l'Alitalia: rovinata da decenni di management interessato a garantirsi clientele e da un sindacalismo cui si è consentito di cogestirla con gli scadenti risultati (in tema di preparazione dei ragazzi) che i confronti internazionali ci assegnano. Solo che nel caso della scuola pubblica non ci sono cordate di imprenditori o compagnie straniere cui affidarla. Proprio nel caso della scuola il Partito democratico sta fallendo il test sullo spessore riformista».

Non solo Veltroni non ha ottenuto alcun «riposizionamento» e «rinnovamento culturale» del sindacato, «ma è lo stesso Partito democratico a reagire oggi alle difficoltà suscitate dalla sconfitta ritornando sui propri passi, abbandonando la strada del rinnovamento, ridando spazio a quelle posizioni conservatrici che il Veltroni del Lingotto sembrava determinato a combattere». Difficile selezionare altri stralci da riportare perché l'articolo è da sottoscrivere dalla prima all'ultima parola.

E questo pomeriggio il presidente Napolitano ha sconfessato platealmente la posizione di Veltroni e della Cgil sulla scuola: «Non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell'esistente. Serve rinnovamento». Un bell'inconveniente per Veltroni, che proprio contro i tagli e le riforme della Gelmini pare che voglia imbastire l'oceanica manifestazione di ottobre.

Un meccanismo, non un'ideologia

Non avevamo dubbi su Piero Ostellino. E infatti oggi, mentre le borse sembrano indifferenti al piano di salvataggio del Tesoro Usa, scrive sul Corriere della Sera un editoriale nel quale si associa al Financial Times nella difesa del libero mercato, che «non è una "religione fondamentalista". E' un meccanismo, non un'ideologia, che ha dimostrato il suo valore più e più volte negli ultimi 200 anni...».

Il liberalismo è «relativista, e perciò migliorista, è per la correzione dei fallimenti del mercato, per riparare gli errori che esso può fare». Il mercato, riecheggiando Karl Popper, è il luogo «del tentativo e dell'errore», ma non prevede «la riparazione pubblica dei danni che l'individuo, nell'esercizio della propria libertà di scelta, fa a se stesso». Tuttavia, «gli statalisti e i dirigisti - per giustificare il proprio interventismo - collegano, invece, il principio della riparazione del danno alle "esternalità negative" del mercato, finendo col comprendervi la maggior parte della normale attività economica».

Saturday, September 27, 2008

Perché Obama non ha vinto il primo debate

Semplice, starà pensando qualcuno, tu stai dalla parte di McCain...
Certo, ho condiviso quasi tutte le cose dette da McCain e quasi nessuna di quelle dette da Obama. Ma dopo essere rimasto sveglio fino alle 4:38 di notte, lunedì proverò a spiegarvi - spero con obiettività - perché secondo me Obama non ha affatto vinto il primo dibattito televisivo, mentre fin troppo prevedibilmente tv, giornali e commentatori assortiti fanno a gara per raccontarvi come Obama è stato superiore al suo rivale.

Paul Newman, il mito si fa storia

Esce di scena ed entra nella storia. Paul Newman muore di cancro a 82 anni e con lui - saranno pure parole scontate - se ne va un pezzo di quel cinema che non tornerà più. Il suo è un fascino senza tempo e senza età. Da giovane, da uomo maturo e da vecchio, occhi azzurri ma caldi e penetranti, semplicemente magnetici, in ogni ruolo, con o senza baffi e barba, con o senza cappello, elegante o cowboys, amante o ribelle, spaccone o disilluso. Un volto capace di farci ridere, piangere, emozionare, ormai stampato nel profondo dell'immaginario collettivo.

Non posso fare a meno di ricordare a me stesso i miei film preferiti: Lo spaccone, Butch Cassidy, La stangata, La lunga estate calda, La dolce ala della giovinezza, Lassù qualcuno mi ama, Il colore dei soldi, Il verdetto, Diritto di cronaca.

Ma come non citare altri titoli famosissimi, come La gatta sul tetto che scotta, Exodus, Intrigo a Stoccolma, Furia selvaggia, Nick mano fredda, L'inferno di cristallo, Mr. and Mrs. Bridge, Era mio padre, l'ultima apparizione sul grande schermo; e i meno famosi ma intensi Vita a modo mio, Slap Shot, Indianapolis pista infernale, oppure i bei polizieschi, Detective's Story, Detective Harper: acqua alla gola, e Bronx, 41° distretto di polizia.
Addio Paul, e grazie per le emozioni che continuerai a farci provare.

Friday, September 26, 2008

Il prezzo di Walter: un posto nella foto ricordo dei salvatori

Basta osservare i fatti degli ultimi giorni sotto la lente della più elementare logica per accorgersi di quanto sia allo stesso tempo arrogante e patetico il tentativo di Veltroni di autointestarsi i meriti del salvataggio di Alitalia. Ma noi vogliamo credergli. Sì, Veltroni è stato determinante per il raggiungimento dell'accordo tra le parti. Le parti sono Cai, che ha messo i soldi; i sindacati, che hanno fornito la manodopera; il governo, che si è impegnato a ripianare i debiti e ammortizzare gli effetti negativi degli esuberi. Resta da chiedersi: e l'opposizione, che ci ha messo? La moral suasion, ci diranno.

Ma allora, a condizioni contrattuali e industriali praticamente invariate, riconoscere a Veltroni dei meriti per la conclusione positiva della trattativa significa ammettere implicitamente che fino a un momento prima non ha fatto altro che remare contro di concerto con la Cgil, per evitare che Berlusconi si prendesse in esclusiva i meriti dell'operazione. Se davvero è bastato solo il suo intervento, si vede che era lui stesso l'ostacolo. Era questo l'obiettivo politico della farsa a cui abbiamo assistito questa settimana. Prima la rottura, determinata soprattutto dalla Cgil; poi il "responsabile" Veltroni che "fa ragionare" i sindacati, pronti a firmare a un suo cenno. Sono proprio la Cgil ed Epifani che in questa partita escono con l'immagine devastata di un sindacato burattino del Pd.

Alitalia è rimasta ostaggio dell'ennesimo gioco politico, speriamo l'ultimo. Prima Berlusconi, alla vigilia delle elezioni, ha offerto una sponda al "no" dei sindacati, cui rimane comunque la responsabilità principale di aver detto no ad Air France, per ergersi a salvatore della patria. Poi, dopo le elezioni, Veltroni si è vendicato facendo di tutto per sabotare gli sforzi del governo, finché quest'ultimo infine ha dovuto accettare che in "zona Cesarini" anche Veltroni trovasse posto in pompa magna nella foto ricordo dei salvatori.

Thursday, September 25, 2008

I problemi del piano Paulson

Dopo aver messo i puntini sulle "i" riguardo le colpe della crisi, da attribuire soprattutto a sbagliate politiche pubbliche, il Wall Street Journal schiera R. Glenn Hubbard, Hal Scott e Luigi Zingales come critici del piano Tesoro-Fed-Congresso per soccorrere il sistema finanziario americano. Nell'editoriale di ieri evidenziano tre problemi.

Primo, come quantificare il prezzo degli asset che il governo dovrebbe acquistare. L'informazione sul valore di questi titoli è «asimmetrica», cioè gli attuali possessori ne sanno di più del Tesoro, che probabilmente li pagherà troppo. Non basta una settimana per raccogliere le informazioni necessarie a quantificare il prezzo giusto.

Secondo: è preferibile che il Tesoro acquisti gli asset o direttamente gli istituti? E nel primo caso, «perché mai le perdite (soprattutto di quegli istutiti non insolventi) dovrebbero essere ripianate dai contribuenti e non dagli azionisti e dai debitori?». Si pone quindi il problema di «elaborare una procedura di acquisto degli asset trasparente, che eviti arbitrarietà e favoritismi». Di non facile soluzione, visto che non c'è precedente nella storia americana di un tale acquisto di asset negativi.

Terzo e ultimo problema: i «costi dell'inazione per l'economia americana sono grandi», così come lo sarebbero i costi fiscali. Tuttavia, i costi fiscali dell'azione sono «sostanziali»: 700 miliardi di dollari, se non addirittura oltre 1.000 miliardi. «Un piano efficiente potrebbe ridurre i costi a carico dei contribuenti». I medesimi obiettivi indicati da Paulson possono essere conseguiti a costi più contenuti. «I funzionari eletti dovrebbero agire rapidamente, ma con attenzione», concludono i tre economisti.

Ma c'è anche chi sostiene, come Andy Kessler, che Mr. Paulson con questa operazione ci farà un sacco di soldi e alla fine le casse dello stato (e i contribuenti) ci guadagneranno non poco. Come? Con la classica operazione finanziaria: comprare a poco scommettendo che i titoli salgano. Per questo, appunto, la definizione del prezzo d'acquisto è determinante. Se è troppo basso, non servirà a dare stabilità al sistema, ma se è troppo alto il Tesoro rischia di perderci anche a lungo termine.

Ruini richiude ciò che non è mai stato aperto

Altro che «apertura». E infatti, su Avvenire interviene addirittura Ruini per sgombrare ogni dubbio: è del tutto «fuorviante» interpretare le parole di Bagnasco, presidente della Cei, «come se potessero rappresentare un cambiamento» sul tema del testamento biologico. «È vero esattamente il contrario: l'apertura a una legge ha il solo scopo di evitare un tale cambiamento». Ruini conferma totalmente la nostra lettura sul perché improvvisamente, dopo anni di ostruzionismo, la Cei chiama il Parlamento a legiferare in materia: «L'opportunità di un intervento legislativo riguardo alla fine della vita nasce unicamente dal pronunciamento della Corte di Cassazione sulla vicenda di Eluana Englaro. In concreto, infatti, soltanto attraverso una norma di legge è possibile impedire che quel pronunciamento apra a una deriva davvero eutanistica, fino a consentire l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione».

Il gioco cambia, dentro i terzini. Almeno fino all'8 ottobre. Guarda caso proprio all'8 ottobre è stata rinviata l'udienza in cui i giudici della Corte d'Appello di Milano dovranno decidere se sospendere o meno l'esecuzione della sentenza che autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale a Eluana Englaro. Il rinvio si sarebbe reso necessario per l'indisponibilità di uno dei giudici, ma è probabile che si voglia aspettare la decisione - prevista sempre per l'8 ottobre - della Corte costituzionale sull'ammissibilità del conflitto d'attribuzione sollevato da Camera e Senato nei confronti della Corte di Cassazione e della stessa Corte d'Appello di Milano sulla vicenda Englaro.

In Italia il diritto viene piegato al servizio delle ideologie, ma non dovrebbero esserci dubbi. Sul caso Englaro le corti non hanno affatto legiferato riempiendo un supposto vuoto legislativo, ma applicato principi già esistenti nell'ordinamento, per altro ponendo proprio dei paletti per garantire il rispetto oltre ogni ragionevole dubbio della volontà del paziente. Per esempio, se un amico intimo, il marito, o uno dei genitori o dei parenti stretti di Eluana avessero espresso dei dubbi sulla sua volontà, la sospensione dei trattamenti non sarebbe stata autorizzata alla luce dei criteri stabiliti dalla Cassazione. Il caso Terry Schiavo, per esempio, si sarebbe risolto con il mantenimento dello stato vegetativo.

Una legge che non riconoscesse al paziente, cosciente o incosciente, tale diritto, rischierebbe di essere incostituzionale. Vedo solo un pertugio attraverso il quale approvando una nuova legge si riuscirebbe a limitare fortemente la libertà di scelta dei pazienti: stabilendo che nutrizione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici. E' ciò a cui punta la Cei, che ha giocato d'anticipo sperando di rimettere in moto un percorso legislativo prima delle sentenze dell'8 ottobre.

Wednesday, September 24, 2008

Tra Stato e camorra guerra o convivenza

Anche se non ha ancora compiuto il passetto decisivo, sono d'accordo più con Maroni che con La Russa. E' comprensibile il timore del ministro La Russa: parlando di «guerra civile» si concede un'«importanza extracriminale» alla camorra, quasi le si riconosce lo status di "controparte" rispetto allo Stato, quello status che le stesse Br agognavano.

Non è un problema di potenza della camorra, ma di inefficienza e mancanza di volontà da parte dello Stato. Nel senso che per mettere una pietra definitiva sopra al fenomeno mafioso in Italia ci vorrebbe un bel po' di risoluto uso della forza, più che dei tribunali. Il guaio è che la violenza ha un alto prezzo politico, anche se usata per stroncare un fenomeno criminale che mina alla base ogni sforzo di sviluppo di mezza Italia.

Anche se avrei usato più l'espressione "guerra insurrezionale" che «guerra civile», mi pare che Maroni abbia capito che è lo Stato ad essere minacciato dalla camorra, che non è semplice criminalità. La «guerra tra bande» di cui parla La Russa costituisce in realtà un attacco all'autorità dello Stato, il cui esito finale non sta solo nella conquista da parte di una delle bande del «monopolio della criminalità sul territorio», ma anche nell'instaurazione, o nella riaffermazione, della "legalità" camorristica al posto di quella dello Stato.

Insomma, non è una «guerra civile», ma Maroni ha capito che ad uscirne sconfitto è lo Stato, non questa o quella banda. Non solo l'eccidio di Castel Volturno è stato un «atto di terrorismo», le mafie compiono di continuo atti di terrorismo volti a far comprendere alla popolazione nella quale operano chi è che comanda e chi esercita il potere sul territorio. Per la sfida diretta che la "legalità" camorristica porta alla legalità delle istituzioni democratiche, alla sovranità stessa dello Stato sul territorio, le cosche mafiose andrebbero affrontate con lo stesso spirito e con gli stessi metodi usati contro i gruppi insurrezionali e terroristici in Iraq - sebbene non così feroci (?) e mosse non da un'ideologia politico-religiosa.

Possiamo decidere di non volere che lo Stato raggiunga tali livelli di uso della forza, ma allora dobbiamo abituarci a convivere con le mafie.

Dopo i bluff ancora si tratta, la farsa continua

I timori erano più che fondati. Contatti, spiragli... insomma, a una settimana dalla rottura e dal ritiro dell'offerta di Cai, si tratta ancora per salvare Alitalia. Anche se non lo si dice espressamente perché entrambe le parti, Cai (che in teoria avrebbe ritirato l'offerta giovedì scorso) e i sindacati (che hanno rotto e festeggiato il ritiro), si esporrebbero a brutte figure. A sbloccare la situazione il governo, agendo su Cai, e il Pd (più D'Alema che Veltroni, la cui lettera dimostra l'assoluto zero cerebrale), lavorando ai fianchi Epifani, dopo averlo spinto a rompere per fare un dispetto a Berlusconi.

Le due parti - Cai e Cgil - hanno ripreso a parlarsi e c'è da ritenere che il passetto in avanti sia stato possibile grazie a qualche aiutino messo in campo dal governo, ancora con i soldi dei contribuenti. Qui continuiamo ad augurarci un fallimento rumoroso. Berlusconi non si rende conto che gli italiani lo premierebbero molto di più per aver dato una lezione memorabile ai sindacati e ai lavoratori privilegiati che per aver salvato con i loro soldi una compagnia che in termini di servizi rende poco o nulla alla collettività, ed è off limits per le tasche dei più.

Bush ridicolizzato da Pyongyang, mesto finale di mandato

Sono costellati di fallimenti gli ultimi mesi della presidenza Bush. L'insperato successo in Iraq - grazie alla strategia suggerita da due analisti dell'AEI e da John McCain - non basta a far dimenticare la crisi finanziaria provocata essenzialmente da politiche pubbliche sbagliate e il «collasso intellettuale» sulla sua stessa dottrina per la sicurezza nazionale.

Come ampiamente previsto - tra tutti dall'ex ambasciatore Usa all'Onu John Bolton - e annunciato nei giorni scorsi da Pyongyang, la Corea del Nord si prepara a riprendere il suo programma nucleare nell'impianto di Yongbyon, stracciando l'ennesimo accordo raggiunto appena due mesi fa. Gli ispettori dell'Aiea sono stati cacciati, i sigilli e le telecamere di sorveglianza rimossi.

Secondo i nordcoreani gli Stati Uniti avrebbero violato i termini dell'accordo siglato per incentivare il disarmo nucleare, in particolare non depennando la Corea del Nord dalla lista degli stati dell'"Asse del Male" come ricompensa per la cessazione delle attività nucleari. Pyongyang non ha tutti i torti, nel senso che Bush in effetti non ha ancora depennato Pyongyang da quella lista. Ma la Casa Bianca aveva fin da subito avvertito che ciò sarebbe avvenuto non prima che fossero accettate ispezioni per accertare l'effettivo smantellamento dell'impianto e l'attività in esso svolta in questi anni.

Pyongyang, ricordava Bolton due mesi fa, «ha violato ogni significativo accordo e tutto induce a pensare che stia proseguendo con il suo tradizionale gioco». E' piuttosto «esperta» nell'impegnarsi ad abbandonare il suo programma nucleare, come ha fatto negli ultimi 15 anni, salvo poi fare esattamente il contrario per strappare ulteriori concessioni.

La marcia indietro dei nordcoreani era quindi prevedibile, anche perché tutti sapevano che i soli strumenti che avrebbero potuto garantire il pieno rispetto dell'accordo appena concluso, cioè le ispezioni, non sarebbero mai stati accettati da Pyongyang. A Washington lo sapevano bene, ma nonostante questo, alla ricerca di successi diplomatici dell'ultima ora, l'amministrazione Bush ha comunque preferito sbandierare un falso accordo. Un'imprudenza che Bush oggi paga venendo ridicolizzato da Pyongyang.

Pechino mostra il suo vero volto. Subito sanzioni

Non solo i tibetani o le altre minoranze. Lo scandalo del latte alla melamina dimostra come gli stessi cinesi siano vittime innocenti e per lo più inconsapevoli di un potere totalitario, corrotto, cieco, disumano e disumanizzante. Chi ha voluto a tutti i costi – purtroppo soprattutto umani – le Olimpiadi a Pechino ha oggi sulla coscienza un'altra strage. Una strage di innnocenti, di bambini.

Si sapeva del latte tossico già dal 2 agosto, ben sei giorni prima dell'inaugurazione dei Giochi, ma solo oltre un mese dopo è stato lanciato l'allarme. Per non turbare il regolare svolgimento dell'evento olimpico, per non infrangere la vetrina mediatica e propagandistica che il governo aveva allestito come celebrazione dei suoi successi, le autorità hanno taciuto il pericolo, insabbiato lo scandalo, giocando con la vita di 53 mila bambini. Per un mese il funzionario del partito ha tenuto chiuso in un cassetto il dossier sul latte adulterato, corredato di analisi inequivocabili, tirandolo fuori solo a riflettori spenti, l'11 settembre, quando 13 mila bambini erano già stati ricoverati e 4 morti. Il numero di aziende coinvolte, ben 22, chiama in causa l'intero sistema. Gli imprenditori sapevano di vendere un prodotto tossico e i funzionari del partito di autorizzarne la vendita.

Adesso il regime cerca di placare la rabbia popolare dando in pasto all'opinione pubblica un mostro che avrebbe agito da solo, ma è evidente che quel funzionario non ha fatto altro che eseguire ordini imposti dall'alto. Per nessuna ragione, neanche la vita di migliaia di bambini, bisognava distrarre lo sguardo del mondo dal trionfo nazionalista celebrato ai Giochi. Qualche testa cadrà, forse anche a Pechino, ma è lecito ritenere che la decisione di aspettare sia stata presa, o avallata, nei piani più alti del regime.

Guai a dare la colpa alla sfrenata corsa ai profitti. Certo, il caotico sviluppo del capitalismo in Cina è una componente, ma le cause maggiori vanno ricercate nella mancanza di trasparenza e di quella responsabilità politica delle autorità che possono derivare unicamente dalla legittimazione democratica; nella mancanza di libere elezioni attraverso le quali i cittadini cinesi possano sanzionare i cattivi amministratori; nella mancanza di una stampa libera di sorvegliare e denunciare le malefatte dei poteri economici e del potere politico; nella corruzione che inevitabilmente infesta un partito unico che sa di essere insostituibile. In una parola: nella mancanza di democrazia.

Inoltre, non informando tempestivamente l'OMS Pechino ha violato i protocolli internazionali, mettendo in pericolo la vita di milioni di persone nei 5 continenti. Il suo modo d'agire poi assume contorni criminali e terroristici se pensiamo che quel latte è per lo più destinato ai Paesi poveri del Terzo Mondo, in Asia e in Africa. Per questo la comunità internazionale dovrebbe trovare la forza di punire severamente il regime cinese, adottando subito sanzioni nei suoi confronti.

Tuesday, September 23, 2008

Per ora siamo 2 a 0. Perché esporsi al contropiede della Cei?

Altro che «apertura», come scrivono i giornali; «buona apertura», azzardano addirittura i radicali. Attenzione ai Franco Garelli, che vedono «del movimento nelle posizioni della Chiesa», un Bagnasco che «apre» al testamento biologico. E' esattamente il contrario, è un tentativo di inculata con destrezza fin troppo evidente, ma sufficientemente mimetizzato dietro toni concilianti da trarre in inganno alcuni giornalisti e quei politici che dovrebbero difendere i nostri diritti, troppo stupidi e/o ignoranti per poter tenere testa alla Cei, che - dobbiamo riconoscerlo - ha una classe politica di tutto rispetto.

E' singolare come non si siano accorti che il gioco è cambiato. La Cei e i politici cattolici hanno ostacolato per anni l'approvazione di una legge sul testamento biologico. Che ad un tratto siano proprio loro a chiederla a gran voce dovrebbe sollevare qualche sospetto. E' che nel frattempo ci sono stati i casi Welby ed Englaro. Qualcosa è cambiato, ma i difensori delle nostre libertà individuali, ahimé, non se ne sono accorti - forse perché i meriti non sono i loro. E' lo stesso Bagnasco, d'altra parte, a parlare di alcuni recenti «pronunciamenti giurisprudenziali». Quelle sentenze hanno confermato ciò che da tempo sospettavamo, e cioè che il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici è costituzionalmente garantito e non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche.

La volontà del malato può essere fatta valere in qualsiasi momento, sia se il malato è cosciente (come Welby) sia se incosciente (sulla base di una volontà differita accertata oltre ogni ragionevole dubbio). Quindi, ciascuno di noi può redigere e stampare un modulo, magari con l'aiuto di un medico di fiducia, firmarlo davanti a un notaio e lì depositarlo. Varrà come testamento biologico, senza bisogno di alcuna legge.

E' falso, quindi, che c'è «un vuoto legislativo», come sostengono Ignazio Marino e i radicali. C'è piuttosto un "pieno" legislativo. E che pieno! La costituzione stessa. Dunque, vi chiedo per pietà, mettete da parte il vostro smisurato e ben poco laico ego di legislatori. Aprite gli occhi: è del tutto evidente che Bagnasco ha la convinzione che in Parlamento esistano i numeri e la volontà trasversale per arrivare al risultato da lui sperato, cioè a una legge che interpreti in modo restrittivo la costituzione per far sì che i tribunali non possano più adottare quelle sentenze che hanno «inopinatamente aperto la strada all'interruzione legalizzata del nutrimento vitale». Insomma, lo scrissi già a Cappato tramite il Riformista, una legge potrebbe addirittura limitare quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.

Il neurologo che ha in cura Eluana Englaro spiega bene il pericolo cui si va incontro assecondando l'«apertura» di Bagnasco: «Una legge sul testamento biologico che escludesse la nutrizione sarebbe vuota, addirittura un passo indietro rispetto ad oggi. Del resto la Cassazione esprimendosi sul caso Englaro ha definito l'alimentazione un intervento sanitario».

E' vero, il nostro sistema giudiziario è quanto di più incerto. Ma come si fa a non vedere che siamo già 2 a 0? Perché non difendere ordinatamente il risultato? Perché, invece, esporsi al contropiede della Cei? Almeno aspettassero la sentenza della Corte costituzionale, che con ogni probabilità intorno al 7-8 ottobre rigetterà il conflitto d'attribuzione sollevato dalle Camere per iniziativa del PdL. Forse Bagnasco ha giocato d'anticipo, cercando di rimettere in moto il Parlamento prima che arrivi la mazzata della Corte.

Accanimento sospetto

Chi si ricorda delle polemiche sul romanzo di Dan Brown, e sul film di Ron Howard, "Codice Da Vinci"? Ciò che penso del film l'ho già scritto a suo tempo. Ieri sera l'hanno trasmesso su Canale 5. Ho subito pensato quanto tutte quelle polemiche fossero inutili, visto che a distanza di un paio d'anni mi pare che né il romanzo né il libro abbiano avuto un impatto così negativo sulla Chiesa cattolica o sull'Opus Dei. Insomma, non hanno reso l'immagine dell'Opus Dei peggiore di quanto lo fosse prima della loro uscita.

Mentana apriva proprio su questo la sua puntata di Matrix a seguito del film, cioè cercando di dimostrare con alcune interviste per strada che oggi molti addirittura non ricordano né la trama né il messaggio del "Codice Da Vinci". Qui però vorrei sottolineare alcune cose che non mi sono affatto piaciute.

Proprio mentre Mentana stava sostenendo che l'impatto del Codice, romanzo più film, sull'immagine della Chiesa cattolica è stato tutto sommato irrilevante, appariva evidente come Canale 5 avesse voluto controbilanciare la messa in onda del film con una trasmissione di approfondimento per nulla equilibrata, ma di quelle tipicamente "riparatrici". Niente di male che si discutesse del libro e del film, anche per dare modo all'Opus Dei di difendersi dalle maldicenze, ma ci è toccato assistere al linciaggio di Dan Brown da parte di un collega scrittore evidentemente invidioso e di un critico d'arte saccente. Non c'è stata la minima dialettica e durante l'intera puntata non si è fatto altro che ridicolizzare la mediocrità di Dan Brown (a cui non è stata concessa alcuna difesa, neanche dal punto di vista letterario) ed esaltare la "normalità" dell'Opus Dei.

La cosa mi ha indispettito non poco e insospettito un po'. Ma come, se quelle di Dan Brown sono tutte cazzate, e se si riconosce che non hanno avuto il minimo impatto sull'opinione che gli italiani hanno della Chiesa e dell'Opus Dei, perché accanirsi in questo modo in seconda serata?

Monday, September 22, 2008

Politiche pubbliche sbagliate, non il mercato, all'origine della crisi

Si sveglia il Wall Street Journal

La profonda crisi del sistema finanziario americano sta scuotendo i fondamentali dell'economia Usa e mettendo a dura prova la fiducia nel libero mercato. I numerosi salvataggi di istituti finanziari in bancarotta hanno sollevato qui in Italia un acceso dibattito culturale, dando adito a qualche azzardata ipotesi di una presunta fine del capitalismo, alla quale ha ben risposto Antonio Martino la scorsa settimana. Negli Stati Uniti il dibattito è molto meno ideologico. Nessuno si mostra compiaciuto degli interventi governativi. Problematici, certo, ma «inevitabili».

E venerdì scorso in un clima bipartisan è stato annunciato un piano che gode dell'appoggio unanime del Tesoro (quindi dell'amministrazione Bush), della Fed, della Sec (l'autorità di controllo delle società per azioni) e del Congresso a maggioranza democratico. Il piano autorizza il governo ad acquistare dalle banche i mutui inesigibili che hanno innescato la crisi e gli asset che a breve non possono fornire liquidità se non a fronte di pesanti perdite.

Non è un approccio privo di problemi, osserva Douglas Elmendorf, della clintoniana Brookings Institution. Primo, si tratta di strumenti di debito molto eterogenei e sarà molto difficile per il governo stabilire a quali prezzi, quali quantità e da quali banche acquistare. Secondo, la maggior parte dell'aiuto governativo andrebbe a quegli istituti finanziari che hanno fatto gli investimenti peggiori. Le banche che si sono tenute alla larga da questi debiti, o che li hanno venduti per tempo a prezzi scontati, non riceverebbero alcun aiuto, mentre le banche maggiormente compromesse con mutui di bassa qualità e che hanno tardato nell'affrontare i loro problemi di bilancio sarebbero i maggiori beneficiari. Terzo, questo approccio accolla ai contribuenti costi significativi e immediati, a fronte di potenziali guadagni futuri piuttosto limitati.

Sono in pochi a contestare esplicitamente le decisioni della Fed e del Tesoro. I think tank liberisti come Heritage Foundation e Cato Institute sembrano ammutoliti. A questo punto gli interventi governativi appaiono necessari e vengono accettati con pragmatismo. Ma è sulle cause della crisi che si riaccende il dibattito culturale. Non tra liberisti e statalisti, perché negli Usa nessuno crede che lo Stato debba essere proprietario di imprese, ma tra chi chiede più regole e chi invece ne vorrebbe ancora meno.

Il Wall Street Journal, severo custode del free-market, da giorni molto cauto nei suoi giudizi, evidentemente non ce l'ha fatta più a tacere. E oggi, pur senza chiamare in causa il piano dei politici e delle autorità federali, denuncia la «favola» che attribuisce tutte le colpe della crisi alla deregulation reaganiana e alla mancanza di regole nei mercati finanziari. Sostiene, invece, che la gravità della crisi - se non la crisi stessa - dipende da sbagliate politiche pubbliche e dagli errori dei regolatori.

Il «peccato originale» di questa crisi è nei «soldi facili». «Troppo a lungo nell'ultimo decennio, dal 2003 al 2005, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse al di sotto del livello dell'inflazione prevista», sussidiando così l'indebitamento, che sia le famiglie che gli istituti finanziari hanno ampiamente praticato.

A mettere il turbo al «credito facile» sono state Fannie Mae e Freddie Mac. Le due giganti para-statali, istituite dal Congresso e favorite da uno speciale regime di esenzioni, sono state capaci di concedere mutui a tassi più bassi di qualsiasi società privata. Gli intrecci tra le due compagnie e i loro sponsor politici a Capitol Hill, e il fatto che le imprese para-statali sono sempre state salvate, hanno indotto i mercati a credere che il governo non avrebbe mai permesso che Fannie e Freddie fallissero. Così è stato. Ma negli anni, potendo contare su questa implicita garanzia del governo, Fannie e Freddie si sono ingrandite caricandosi sulle spalle oltre la metà dei mutui americani e indebitandosi enormemente.

Inoltre, sottolinea il WSJ, bisogna ringraziare la regulation federale e statale se «poche agenzie di rating valutano il rischio di tutti i titoli di debito nei nostri mercati». Peccato che molte di queste valutazioni si siano rivelate sbagliate, contribuendo alla crisi di fiducia. Ma la «grande ironia» è che le banche che hanno fatto i peggiori investimenti sui mutui sono proprio le più controllate, mentre quelle meno controllate – di hedge funds e private-equity – hanno avuto i problemi minori o corretto in tempo i loro errori. «Tutto ciò conferma la verità storica che i controllori scoprono gli eccessi finanziari sempre dopo che si sono verificati».

«Il punto – conclude il WSJ – non è assolvere Wall Street o pretendere che non ci siano stati eccessi da parte di privati». Ma far capire che gli investimenti sbagliati avrebbero certamente avuto effetti meno disastrosi, se non fosse stato per le politiche pubbliche a sostegno del credito facile. Quindi, «attenzione ai politici che vendono favole in cui loro stessi fanno la parte degli eroi».

Tra i think tank l'unico che si è segnalato finora per analisi e commenti particolarmente critici in merito ai salvataggi di Bear Stearns, Fannie e Freddie, e Aig, decisi da Fed e Tesoro, è l'American Enterprise Institute. I salvataggi, concordano gli analisti dell'istituto neoconservatore, incoraggiano nel sistema ciò che gli economisti chiamano «azzardo morale». Gli investitori tendono ad assumere comportamenti eccessivamente rischiosi e irresponsabili quando avvertono che i costi associati ad un eventuale esito negativo sarebbero sostenuti dalla collettività. Dunque, una politica di intervento statale per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti ancora più rischiosi, trattenendo per sé i benefici in caso di successo, o confidando come ultima spiaggia nell'intervento statale in caso di insuccesso.

Gli errori, secondo Vincent R. Reinhart, sono cominciati con la decisione, nel marzo scorso, di aiutare Bear Stearns. Con una decisione «senza precedenti» la Fed ha di fatto esteso la sua rete di sicurezza alle banche d'investimento. Il salvataggio di Bear Stearns «ha macchiato la reputazione della Fed», accresciuto le aspettative di nuovi interventi da parte del governo e le probabilità che tali salvataggi si sarebbero resi necessari in futuro.

«Tenete la Fed lontana dalle banche di investimento», è il monito di Allan Meltzer: «Solo nel bizzarro mondo di Washington gli errori vengono ricompensati con nuove e maggiori responsabilità». Dopo gli errori con la bolla internet e i mutui sub-prime, la Fed non dovrebbe assumersi la responsabilità di controllare anche le banche d'investimento. Dietro l'alibi del controllo pubblico, sarebbero indotte ad assumersi rischi ancora maggiori, potendo poi nascondere i loro errori dietro i prestiti della Fed. Sarebbe un modo per incoraggiare, anziché scoraggiare, l'«azzardo morale».

L'assenza di una politica univoca della Fed sui fallimenti aumenta l'incertezza e incoraggia le banche a chiedere prestiti. E i contribuenti ci rimettono. «Cosa possono attendersi ora dall'aumento della discrezionalità della Fed sulle banche d'investimento?» Negligenza nei controlli e salvataggi finanziati dal denaro pubblico. «Nel dopoguerra la Fed ha curato gli interessi delle grandi banche e del Congresso, non dei cittadini», conclude Meltzer.

Anche secondo Peter J. Wallison il coinvolgimento della Fed come regolatore delle banche d'investimento aumenterà l'«azzardo morale» nel mercato finanziario. Gli investitori crederanno che la Fed è disponibile ad aiutare gli istituti in crisi. In altre parole, conclude Wallison, stiamo legittimando l'«azzardo morale» nel sistema finanziario.

La stessa storia di Fannie e Freddie è un esempio di «azzardo morale» creato dal sostegno governativo. L'implicita garanzia pubblica ha reso gli Stati Uniti «ostaggio della salute di due compagnie fuori controllo». «La cosa più sbalorditiva» del piano di Paulson per Fannie e Freddie, spiega Wallison, è che «dopo 20 anni in cui hanno utilizzato il sostegno del governo per arricchire i loro azionisti, i manager, i lobbisti e i funzionari governativi; dopo che hanno manipolato il processo politico con contributi elettorali; e dopo che i loro sponsor al Congresso hanno vanificato ogni sforzo di riforma», ora il segretario al Tesoro di un'amministrazione repubblicana vuole riportarle agli affari di sempre, e con il denaro dei contribuenti. Sarà il Congresso a decidere il loro futuro. Ma è «incredibilmente ingenuo». Fannie e Freddie «nella loro forma attuale sono proprio ciò che il Congresso vuole: una inesauribile fonte di finanziamenti elettorali». Il piano Paulson spreca «un'occasione storica» per eliminare Fannie e Freddie come imprese para-statali.

Del salvataggio del gigante assicurativo AIG si occupa infine Alan Reynolds, del libertario Cato Institute. «L'ultimo di una serie di interventi decisi sull'onda del panico che aggiungono ulteriore incertezza politica sui mercati finanziari». La più grande compagnia di assicurazioni è stata di fatto nazionalizzata, una «soluzione draconiana». Queste decisioni vengono sempre giustificate in quanto strumenti per «stabilizzare i mercati», o «riportare fiducia». Eppure, quello di AIG «non è il primo salvataggio a incutere più terrore che calma».

Sunday, September 21, 2008

Gli ultimissimatum e la "privatizzazione statale"

Pubblico il commento di un lettore, Cumino, che ringrazio.

Prima gli ultimatum per domattina, anzi no pomeriggio, anzi no dopodomani, poi gli ultimatum-ultimi, poi quelli definiti inderogabili (che è come dichiarare che gli altri, come dire, era chiaro a tutti che erano fasulli. Ottimo, suk-style lo definirei). Poi sono venuti gli ultimissimatum, e poi finalmente CAI si ritira. Era ora! Ma, alt!, un momento, non si scioglie, tiene a dire alle agenzie! E perchè no? Che ci fa con la cordata, una scalata in alta montagna? Mah! Dall'altra parte i sindacati autonomi non firmeranno assolutamente, anzi no uno o due ora son disposti a firmare (e perchè a distanza di 24 ore, che è cambiato?). I piloti "restano sulle loro posizioni" ma sono pronti a discutere. Di che, se mi è permesso? La CGIL che "appoggiava il dissenso per allargare il consenso" (fantastico, anni '70, purissimo!) manda a dire che non si possono chiudere tutte le porte (il dettaglio che le abbia chiuse lei è secondario). Rutelli riappare dalla tomba e, visti i sondaggi che danno la maggioranza degli italiani imbestialiti con piloti & Co., non gli par vero di potersi smarcare e certificare così la sua esistenza anche al di fuori dell'estetista e del circolo del tennis. Il Governo sta mediando, ci informano, ma su cosa non è dato comprendere. Azzardo che sia perché non c'è nulla da comprendere. Fantozzi doveva avviare le procedure 7 giorni fa, quando i soldi erano finiti. Forse è finito anche l'inchiostro per fare una firma sull'atto d'avvio delle medesime, sta di fatto che son sparite dai Tiggì e dai quotidiani. E non c'è una partita della Nazionale, non c'è una mamma che strangola il figlioletto, e nemmeno hanno intercettato Schifani mentre dice che le preferisce depilate. Ma non disperiamo, una cosa per distrarre noi beoti si troverà, e così infilare l'ennesimo pastrocchio. Così, dopo il "federalismo solidale" e "l'economia sociale di mercato", avremo finalmente anche "la privatizzazione statale".
Cumino

Vi segnalo anche la lettera di Pietro Ichino pubblicata oggi dal Corriere della Sera, dove un riformista blairiano spiega cosa dovrebbe fare un governo davvero thatcheriano:
«Quelli che hanno applaudito fanno conto sull'intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro. Qualcuno dovrà pure, prima o poi, far volare gli aerei sulle nostre rotte al posto di Alitalia; e piloti e personale di volo non si sostituiscono così facilmente. Logico? No, per nulla. Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l'offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l'offerta di Cai».
Nessun ammortizzatore sociale per chi rifiuta il lavoro, avrei titolato sul mio blog, ma il Corriere opta per un meno traumatico "Illogico usare la cassa integrazione con chi rifiuta un vero negoziato". Ma Ichino si sofferma anche su questo singolare «principio non scritto che regola le relazioni industriali» in Italia, per cui «anche il sindacato più piccolo può esercitare un diritto di veto» su qualsiasi cosa, e sul tema della riforma della rappresentanza sindacale.

Friday, September 19, 2008

Fallimento! E che sia rumoroso

Non è la fine del libero mercato, ma forse è la fine di Alitalia. «Non ci sarà alcuna rinazionalizzazione», ha per fortuna detto oggi il ministro dell'Economia Tremonti intervenendo in Consiglio dei ministri. Inutile nascondersi che il "non detto" che ha fatto fallire le trattative tra la Cai e i sindacati riguarda proprio la natura statale della compagnia. I lavoratori di Alitalia vogliono continuare ad essere dipendenti pubblici e sperano che con i loro "no" i sindacati riescano a costringere i governi a mandare avanti la compagnia grazie ai soldi pubblici.

Sì, lo so, si illudono, ma sono persone che hanno perso il contatto con la realtà. E' per questo che i governi continuano a ribadire qualcosa che dovrebbe essere fuori discussione da tempo, e cioè che in ogni caso Alitalia non sarà più di proprietà dello Stato.

A questo punto, se per salvare Alitalia non sono più disponibili soluzioni di mercato (quella della Cai non lo era), meglio un fallimento. E che sia rumoroso, cioè senza privilegi di sorta per i lavoratori di Alitalia rispetto a tutti gli altri lavoratori. Che anche in Italia una grande azienda di stato possa fallire avrebbe un grande valore pedagogico per tutti, soprattutto per i sindacati.

E' proprio vero, come si legge oggi su il Riformista, che «se alla fine Alitalia fallirà, sarà stato un fallimento di Berlusconi, per quante attenuanti possa vantare»? A mio modo di vedere, da quello che sento in giro, sarebbe di gran lunga più impopolare per il governo accollarsi 1 miliardo e mezzo di debito e garantire ai lavoratori in esubero l'80% dello stipendio per sette anni (!). Agli italiani non frega nulla di Alitalia e Berlusconi farebbe bene a prenderne atto: che fallisca, è l'opinione comune.

Sarebbe una sconfitta, piuttosto, se i sindacati ottenessero quello che vogliono, o se i lavoratori di Alitalia ricevessero trattamenti di favore rispetto a tutti gli altri. La questione su cui misurare il successo o l'insuccesso del governo non è il salvataggio o meno di Alitalia, come forse anche Berlusconi crede, ma è la fine degli sprechi e dei privilegi, dell'arrogante strapotere sindacal-corporativo.

La sfida adesso per il governo dovrebbe essere quella di gestire il fallimento della compagnia in modo che gli italiani non siano costretti a rimanere all'improvviso senza voli per settimane. Un black out aereo avrebbe sì ripercussioni negative sull'immagine del governo. Il rischio, infatti, come ha spiegato il presidente dell'Enac, Vito Riggio, a Mf-Milano Finanza, è che da giovedì due ottobre Alitalia non possa più volare: «Il primo requisito che deve avere una compagnia per conservare la licenza di volo è che dimostri di avere liquidità sufficiente per almeno tre mesi, in modo che possa far fronte agli impegni». E' evidente che al momento Alitalia non ha quei soldi.

Fallito il tentativo di Cai, Berlusconi dovrebbe giocare d'anticipo: fare in modo che l'Enac ritiri la licenza di volo ad Alitalia, che il commissario venda gli slot e conceda a terzi i diritti di traffico, in modo che altri vettori siano in grado di assicurare tutti i voli necessari nel nostro Paese. Come osserva giustamente Nicola Porro, «il governo adesso deve avere il coraggio di fare ciò che interessa davvero al Paese e non ai sindacati o ai dipendenti Alitalia. Rimettere in moto e in fretta il nostro trasporto aereo». Si presenta oggi una straordinaria «opportunità per rendere competitivo e sano il nostro trasporto... E il governo, arbitro, regoli. Faccia pure entrare gli stranieri, ma li metta l'un contro l'altro, affinché le tariffe siano le più competitive e la qualità sotto controllo. Berlusconi non potrà essere ricordato come il salvatore dell'Alitalia, ma come quello dei cieli italiani».

Ma se vuole davvero "vincere", il governo non dovrebbe fermarsi qui. Dovrebbe subito abolire tutti i privilegi sindacali - come i "distacchi" e le forme di co-gestione - nella pubblica amministrazione. Avrebbe la quasi interezza dell'opinione pubblica dalla sua parte.

Tremonti, tra neo-marxismo e reazione

Quello che ho tentato di dire nei giorni scorsi lo scrive oggi magistralmente Carlo Stagnaro su Il Foglio: la crisi «è il modo con cui il mercato corregge i suoi stessi errori»: «Gli stessi che oggi brindano alla morte della finanza globalizzata, ieri si lamentavano del sovraconsumo e sovraindebitamento causati dal credito facile. Ecco, il mercato sta appunto mettendo una pezza a quegli eccessi. Attraverso le crisi, il mercato sposta risorse dalle mani relativamente meno produttive verso utilizzi più proficui. Dà il benservito ai manager incapaci, distrugge le imprese inefficienti, contribuisce alla ricerca di un nuovo equilibrio. Così come sa premiare straordinariamente bene le intuizioni più geniali, il sistema capitalista è anche implacabile nel sanzionare gli errori».

Come si spiega, però, l'intervento pubblico anche nella patria del libero mercato, negli Stati Uniti? «È chiaro che a volte i costi di aggiustamento possano essere politicamente inaccettabili... Ciò lascia un margine di discrezionalità alla politica nel decidere se e come attutire le cadute. I vari salvataggi che si sono succeduti nel corso dell'estate — da Northern Rock a Bear Sterns, da Fannie e Freddie a Aig — rispondono a questa logica. Ma non rappresentano una sconfitta del mercato in quanto tale — al massimo dimostrano che talvolta il pragmatismo di governo fa premio sulla purezza delle idee».

E' «la fine di un mondo», come sostiene Tremonti? E' la fine della cicala-finanza contrapposta alla formica-industria? Semplicemente, «alcuni strumenti finanziari si sono rivelati patacche: il mercato ha dato il suo responso, come lo dà quando un produttore commercializza una merce scadente. Estremizzando, non c'è differenza sostanziale tra industria e finanza... Entrambe devono stare alle medesime leggi, eterne e immutabili, della domanda e dell'offerta...», spiega Stagnaro.

Ecco risolto l'equivoco, quindi. Se con espressioni tipo «la fine di un mondo», di «un sistema», s'intende dire che «alcuni strumenti finanziari si sono rivelati patacche», ciò è certamente vero. Come è vero che «il compito dello Stato sia fornire delle regole che consentano di operare in un clima di ragionevole certezza e di smorzare i cambiamenti troppo bruschi». Anche le regole, «come i processi produttivi, devono cambiare per essere efficaci». Tuttavia, conclude Stagnaro, «questo non significa né che debbano moltiplicarsi, né che sia utile mutarle troppo spesso».

Quando Tremonti parla dell'«assenza di regole», della «dissociazione tra finanza e regole», del «fallimento dei meccanismi di sorveglianza e di vigilanza» come «radici del male», e della «costruzione di regole» da parte della politica come «cura», non ha tutti i torti. Ma poi si lascia annebbiare dall'ideologia che si è fabbricato, strumentalizza la crisi manifestando quella «voglia di tornare all'arbitrio pubblico» e di «rispolverare la liceità dell'intervento pubblico nei settori "strategici"» di cui ha parlato ieri Innocenzo Cipolletta.

Nuove regole non devono essere accompagnate da «politiche keynesiane». Il «ritorno del pubblico» dev'essere il ritorno di un regolatore, non di un dominus. E' sbagliato, e diffonde un'interpretazione falsa della realtà, contrapporre la concreta «manifattura» all'impalpabile finanza, perché entrambi questi mondi sono complementari e governati dalla legge della domanda e dell'offerta. E' inquietante sentir parlare di «dominio della morale», di «Dio, patria e famiglia»; sa di neo-marxismo, ed è allo stesso tempo reazionaria, l'idea che ci sia «più morale del lavoro in un prodotto industriale che in un prodotto finanziario», che «la ricchezza non si produce a mezzo debito», ma solo «a mezzo lavoro». Che Alan Greenspan sia dopo Bin Laden «l'uomo che ha fatto più male all'America» è un giudizio da esaltati.

Una previsione Tremonti la azzarda, al termine della sua intervista al Corriere della Sera, e a quella a nostro avviso dovremmo inchiodarlo: «La crisi finirà, e l'Italia ne uscirà più forte di prima e più forte di altri Paesi che si dicevano in pista per sorpassarci». L'Italia emergerà «più forte» della Spagna, persino dell'America, perché «le pensioni italiane sono pubbliche» e le banche «non grattacieli presi in affitto». Mi permetto di dubitarne, perché credo che la recessione italiana abbia più a che fare con fattori endogeni che con la crisi finanziaria Usa, come crede Tremonti. Quando la crisi sarà alle spalle e gli altri ricominceranno a correre, l'Italia resterà comunque al palo se non risolverà i suoi problemi.

Il libero mercato non è il problema, ma la soluzione

Il rischio del fallimento è essenziale per l'efficienza del sistema economico e non può essere azzerato da troppi salvataggi statali. L'ho scritto l'altro ieri. Seppure i salvataggi della Fed sono frutto di pragmatismo e non certo del cedimento all'ideologia statalista, non è chiaro se la discrezionalità esercitata dall'autorità pubblica sia nel lungo termine un bene o un male. Le banche centrali non devono pretendere di garantire la stabilità finanziaria. Il loro compito è la stabilità dei prezzi e, al massimo, cercare di impedire che l'instabilità finanziaria colpisca duramente l'economia reale. «Attribuire alla politica monetaria obiettivi aggiuntivi, come una responsabilità diretta per la stabilità finanziaria, rischierebbe di confondere le responsabilità, aumentare il moral hazard e creare un trade off laddove non esiste», ha spiegato il governatore Draghi.

Perché, come ha ricordato ieri Alberto Mingardi, su il Riformista, «la mole di informazioni da gestire per monitorare con pretese di efficacia l'andamento dei mercati è sterminata - e i mercati esistono precisamente per consentire l'uso più efficiente possibile di informazioni che sono disperse e localizzate». Per i fautori dell'interventismo, invece, «l'entrata in scena del regolatore ha sempre un profilo salvifico, il regolatore sa più e meglio, porta ordine nel caos del mercato».

I salvataggi hanno quindi l'effetto di «favorire indirettamente una condotta troppo rischiosa, evitando che i cocci si disperdano», e di «stimolare comportamenti opportunistici». L'intervento della Fed per Aig è una toppa che rischia di aprire «nuove voragini di dubbi sul reale stato del sistema», di «produrre disfunzioni di lungo periodo per garantire consenso immediato a una classe dirigente. Se il cancro che vediamo oggi è figlio delle metastasi di ieri, speriamo di non stare scambiando per una cura il germe della prossima, terribile malattia».

Innocenzo Cipolletta, su Il Sole24 Ore, non si rassegna al fatto che le colpe della crisi vengano addossate al libero mercato: «L'attuale crisi della finanza internazionale... non è il prodotto della tanto dannata globalizzazione, né di uno "sfrenato" libero mercato, ma deriva essenzialmente da azioni discrezionali delle autorità pubbliche».
«Sono state le autorità americane che, dopo l'11 settembre 2001, per ragioni politiche di tenuta nazionale, hanno avviato un'eccessiva espansione monetaria e fiscale, volta a fermare ad ogni costo la recessione che era già iniziata prima dell'attentato. Questa politica, seguita anche negli anni successivi, nonché la carenza di controlli che sono necessari proprio per far funzionare veramente il libero mercato, come ormai ammesso da tutti, hanno contribuito in larga misura a generare le bolle speculative all'origine delle crisi finanziarie attuali».
E qui arriva la strumentalizzazione politica della crisi da parte degli statalisti:
«Oggi, paradossalmente si giunge a ritenere normale e corretto l'arbitrio pubblico in economia per risolvere casi di crisi che, a loro volta, sono stati provocati proprio da azioni discrezionali dello Stato! In realtà c'è, specie in Italia, una tale voglia di tornare all'arbitrio pubblico e all'assistenza dello Stato che sono state salutate con sollievo ed entusiasmo le nazionalizzazioni americane e inglesi di alcuni istituti finanziari, fatte in circostanze ben diverse da quelle che si evocano nel nostro Paese per giustificare altri interventi. Si è inneggiato, questa volta sì con toni fondamentalisti, alla fine del libero mercato, perché si ha fretta di gettare alle ortiche le regole della concorrenza e quelle degli aiuti pubblici, al fine di rispolverare la liceità dell'intervento pubblico nei settori "strategici"».
All'origine della crisi ci sono politiche pubbliche sbagliate anche per Piero Ostellino:
«La crisi del 1929 e quella attuale si assomigliano almeno in una cosa: che a produrre entrambe è stata la Federal Reserve, cioè la massima autorità finanziaria pubblica. Nel '29, con una politica monetaria troppo restrittiva; oggi, con una politica monetaria opposta, troppo espansiva. In entrambi i casi, in base a un pregiudizio culturale e a un interesse politico. Il pregiudizio: che la politica monetaria sia una variabile politica, mentre a determinare il tasso di interesse (il costo del denaro) non dovrebbe essere, a proprio piacimento, un'autorità pubblica "esterna" (la Federal Reserve), ma dovrebbero essere le preferenze "interne" dei cittadini, che è, poi, la spontanea dinamica della domanda e dell'offerta di denaro (il mercato). L'interesse: tassi di interesse troppo alti o troppo bassi, e tenuti tali troppo a lungo, sono rispettivamente lo strumento attraverso il quale una moneta nazionale (il dollaro ieri) cerca di imporre la propria forza nel mondo e uno Stato indebitato (gli Usa oggi) riduce il servizio del debito. Che, infine, un eccesso di liquidità abbia finito (anche) col dare alla testa agli speculatori è un altro fatto incontrovertibile, come lo sarebbe rinchiudere in una cantina ben fornita di vino un bevitore di professione».

Wednesday, September 17, 2008

Perché Aig sì e Lehman no?

Perché, ci si potrebbe chiedere, la Fed ha salvato Aig e non Lehman Brothers?

Il fallimento della banca d'affari danneggia facoltosi manager e broker finanziari, e una ristretta cerchia di investitori, che dopo qualche mese torneranno a guadagnare, magari anche più di prima. La bancorotta di Aig avrebbe avuto ripercussioni devastanti sull'economia reale. Bernanke e Paulson hanno mandato un messagguio chiaro a Wall Street e all'economia Usa: non sono disposti a utilizzare i soldi dei contribuenti per salvare tutti, ma sanno discernere con attenzione caso per caso.

Il rischio del fallimento è essenziale per l'efficienza del sistema economico e non può essere azzerato da troppi salvataggi statali, che finirebbero per provocare un effetto domino, anziché prevenirlo. Salvando alcune istituzioni finanziarie e altre no, la Fed e il Tesoro Usa intendono penalizzare i loro comportamenti spericolati e irresponsabili, ma allo stesso tempo cercando il più possibile di proteggere l'economia reale dalle conseguenze dell'instabilità finanziaria. Il governo Usa si muove con l'autorità e il pragmatismo di chi non può certo essere accusato di statalismo. La Fed si è avvalsa, credo per la seconda volta nella sua storia, di una clausola "d'emergenza" prevista dal suo statuto solo in casi eccezionali.

Capita che gli operatori economici e finanziari superino il confine oltre il quale il rischio, fisiologico in ogni attività economica, diventa un azzardo. Queste crisi - passando attraverso salvataggi onerosi per i governi, dunque per i contribuenti, e dolorosi fallimenti - servono al sistema per ritrovare quel confine e darsi nuove e migliori regole.

A parte il fatto che molti vedono nell'America solo il mito negativo del reaganismo, ignorando che dagli anni '30 agli anni '70 i governi Usa hanno fatto un massiccio ricorso all'intervento statale e che nei decenni la Corte Suprema ha avallato interpretazioni espansive dei poteri del governo centrale, a parte questo, sì: la nazionalizzazione di Aig è l'eccezione che conferma la regola, gli Stati Uniti rimangono una nazione liberale e l'economia di mercato funziona (non è per un paio di schiaffoni che un genitore dai metodi delicati diventa un violento); Alitalia compagnia statale rimane uno dei tanti scandali di un'economia solo parzialmente libera.

Toccando il gigante delle assicurazioni la crisi finanziaria partita dai mutui subprime sembra aver raggiunto un secondo, preoccupante, stadio. Se volete un resoconto puntuale di come si è innescata e sviluppata la crisi vi segnalo Nicola Porro, su il Giornale.
«Di fronte a questo scenario ci sono due poli opposti di intervento. Lo Stato (quello americano) si prende in casa i rischi e ne sopporta gli eventuali costi. Oppure lascia fallire gli improvvidi. La via scelta per ora sembra una strada di mezzo. Contribuire al salvataggio del possibile e soprattutto di quelle istituzioni il cui crollo avrebbe maggiori impatti sociali. Aig fa parte di queste ultime».
Andiamo incontro ad un'altra Grande Depressione come quella del 1929? Sembrerebbe di no, ma se fate fatica a tranquillizzarvi vi consiglio Alberto Alesina, su Il Sole24 Ore di oggi, che elenca gli errori da non ripetere.
«I dipendenti di Lehman Brothers che lasciano con gli scatoloni gli uffici ricordano le immagini della crisi del 1929 e i media hanno subito sfruttato l'analogia. Ma il paragone è errato: il crollo finanziario del'29 si tramutò in una tremenda recessione per clamorosi errori di politica economica. Dato che questi sbagli non sembrano ripetersi, la crisi finanziaria di oggi potrà avere sì delle conseguenze sull'economia reale, ma nulla di paragonabile ad allora».

Alemanno arriva secondo: la sua prima ordinanza idiota

Dopo la prima legge idiota varata dal governo, ecco la prima ordinanza idiota del sindaco Alemanno: divieto di «assumere atteggiamenti e comportamenti e di indossare abbigliamenti, che manifestino inequivocabilmente l'intenzione di adescare o esercitare l'attività di meretricio». Si incorre in una multa fino a 500 euro.

Un'ordinanza scritta sull'acqua, tale è la discrezionalità lasciata a chi dovrebbe accertare questi inequivocabili atteggiamenti, comportamenti, abbigliamenti. Gli stessi ai quali chiunque, ogni sabato sera, può assistere in qualsiasi discoteca o pub della città. Il problema è che l'adescamento e l'attività di meretricio si possono dimostrare solo cogliendo, e registrando, l'intera conversazione in cui viene stabilito il prezzo della prestazione sessuale e/o il momento del passaggio di denaro. Un'impresa praticamente impossibile, a meno di non tappezzare tutti i viali di telecamere e microfoni ultrapotenti. Oppure, contestando gli "atti osceni in luogo pubblico", ma occorre sorprendere prostituta e cliente proprio durante la consumazione del rapporto.

Oggi, nello stesso bar dove mi era capitato tempo fa di sentire commenti entusiastici da parte dei proprietari e di alcuni clienti per l'elezione di Alemanno, erano tutti concordi: che cazzata! Che presa per il culo!

Dopo l'estate Roma è ripartita come sempre. Paralizzata dal traffico all'avvio delle scuole; allagata ai primi temporali di settembre (perché non c'è manutenzione dei tombini); voragini che si aprono nelle strade più centrali e trafficate (pochi giorni fa è toccato a viale Marconi). Insomma, è ora che Alemanno cominci a fare l'amministratore invece che prendere in giro i cittadini con ordinanze demagogiche e perfettamente inutili.

La prostituzione nelle strade è un problema per tutti, seppure per motivi diversi: per gli abitanti, per le prostitute e per i loro clienti. Come per la legge della Carfagna, anche in questo caso poniamo una questione che va al di là del merito. L'ordinanza non è solo sbagliata, è anche idiota. Durerà qualche mese. Poi, quando si spargerà la voce che le multe vengono annullate senza problemi, tutto tornerà alla normalità. L'unico risultato sarà quello di aver arrecato disagi a prostitute e clienti senza aver tolto agli abitanti il fastidio della prostituzione di fronte casa.

Tutti i cittadini di buon senso, anche i più umili e quelli che ritengono ripugnante la prostituzione, comprendono che per toglierla dalle strade occorre un serio progetto di eros center.

Tuesday, September 16, 2008

Gli italiani chiudono il rubinetto alla Cei?

«Purtroppo, per la prima volta da alcuni anni a questa parte» si registra «una diminuzione della percentuale delle firme a nostro favore, che passano dall'89,82% (per il 2008, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2005) all'86% (per il 2009, sulla base delle dichiarazioni del 2006)». E' quanto comunica la Cei sull'andamento dell'8 per mille. A fronte di questo dato si registra «un significativo incremento delle scelte espresse (equivalenti a circa 800.000 firme), quasi tutte per l'opzione "Stato", che passa in percentuale dal 7,6% all'11% del totale». Questo 3% in meno costerà alla Cei ben 35 milioni di euro e i vescovi pensano già a come correre ai ripari, puntando sulle «campagne di promozione», tra cui i rassicuranti spot televisivi.

Chissà se ai vescovi sia balenato in mente che possa essere questo il prezzo del loro protagonismo politico. Le dichiarazioni dei redditi del 2006, infatti, giungono nel bel mezzo di una stagione segnata dal referendum sulla procreazione assistita (giugno 2005) e da aspre polemiche sull'ingerenza della Chiesa nella politica italiana e sulla laicità. Se questa tendenza si confermerà anche il prossimo anno (dichiarazioni dei redditi del 2007), sarà difficile parlare di casualità, bisognerà interrogarsi sulle possibili cause del fenomeno.

Il libero mercato è vivo e in mezzo a noi

Almeno una generazione di italiani ha girato il mondo come se Alitalia non fosse esistita

«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.

I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».

C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.

Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.

Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
«... sono nate da una scelta politica, per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L'effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell'intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l'irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d'oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e soprattutto, grazie ai falsi in bilancio».
Una versione confermata da Alberto Bisin, tra i pochi a raccontare la vera storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Sebbene formalmente società private, si sono comportate come istituti para-statali:
«La loro origine è pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli anni '60, quando è stata privatizzata, e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli anni '70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l'anno. Ma soprattutto, l'origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta "implicita garanzia pubblica". Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti... Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio... Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia».
Ma che c'è di male, allora, a salvare Alitalia? Il fatto è che non si tratta di alcun «salvataggio», a ben vedere. Nazionalizzando i due colossi dei mutui il governo degli Stati Uniti ha di fatto evitato che un danno provocato nel corso dei decenni da sbagliate politiche pubbliche avesse effetti ancor più catastrofici su una crisi finanziaria che proprio la condotta irresponsabile delle para-statali Freddie e Fannie ha contribuito a innescare.

Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.

Monday, September 15, 2008

Dalla Georgia lezioni per Taiwan

La dimostrazione di forza della Russia in Georgia e la debolezza della risposta dell'Occidente potrebbero avere effetti di lunga durata ben al di là del Mar Nero e del Caucaso, e conseguenze negative non solo nei rapporti tra Washington e Mosca. I drammatici eventi dello scorso mese di agosto sono stati seguiti con interesse e preoccupazione anche in parecchie capitali dell'Estremo Oriente.

Due analisi, provenienti da due think tank americani politicamente molto distanti tra loro – una dall'istituto clintoniano Brookings Institution, l'altra frutto della rivista neoconservatrice Weekly Standard – convergono nel ritenere che la rapida occupazione della Georgia da parte delle truppe di Mosca, e la debolezza dimostrata dall'Occidente di fronte al fatto compiuto, compromettano la credibilità globale degli Stati Uniti e sollevino dubbi sulla loro reale volontà e le loro reali capacità di difendere gli alleati, sia agli occhi delle giovani democrazie asiatiche, come Taiwan, sia agli occhi di grandi potenze in ascesa e con ambizioni egemoniche come la Cina.

"Dalla Georgia lezioni per Taiwan", scrivono Jeffrey A. Bader e Douglas Paal. Come la Georgia, anche Taiwan si trova alla periferia di una grande potenza: la Cina. Se le reali intenzioni di Mosca nei confronti di Tbilisi non sono ancora del tutto chiare, è inequivocabile la rivendicazione di sovranità della Cina su Taiwan ed è manifesta l'intenzione di Pechino di riunificare l'isola al continente nel lungo periodo. Nel 2005 l'Assemblea popolare ha approvato una legge anti-secessione, che autorizza il governo di Pechino ad usare la forza militare contro ogni tentativo secessionista. Taipei è dunque avvertita: una dichiarazione formale di indipenza non verrebbe lasciata impunita.

In entrambe le partite, quella per il Caucaso e quella asiatica, la politica degli Stati Uniti è determinante per i calcoli di tutti gli attori in gioco. Gli Stati Uniti vorrebbero portare la Georgia nella Nato, mentre la difesa di Taiwan in caso di attacco cinese è un impegno di lunga durata e uno dei pilastri della sicurezza e della stabilità in Asia. Ma i segnali di debolezza non passano inosservati, né a Taipei né a Pechino. Alla luce degli eventi in Georgia molti a Taiwan potrebbero cominciare a interrogarsi sulla credibilità della protezione americana. Come gli Stati Uniti non hanno soccorso l'alleato georgiano, così in futuro potrebbero non correre in aiuto di Taiwan di fronte a un colpo di mano da parte di Pechino.

Ancora più esplicito Michael Auslin, nella sua analisi sul Weekly Standard: «Quando l'autocrazia starnutisce, l'Asia si prende il raffreddore». Le democrazie asiatiche che da tempo contano sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro difesa da possibili aggressioni sono allarmate. Qualsiasi sia il pretesto – risorse naturali, movimenti separatisti, vecchie dispute territoriali – una grande potenza come la Cina potrebbe agire nei loro confronti come la Russia ha agito contro la Georgia, senza che l'alleato americano sia disposto ad alzare un dito in loro aiuto. Il mancato soccorso Usa alla Georgia può indurre la Cina e le altre autocrazie in Asia a concludere che l'America sia disposta a difendere le democrazie alleate solo a parole. Se l'America non dimostra di essere pronta a difendere i propri alleati, nazioni come Taiwan o Corea del Sud potrebbero infine prendere atto di non poter più contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza e saranno spinte a cercare protezione sotto l'ala di Pechino.

La Cina è ritenuta un «attore responsabile» se paragonata alla Russia di oggi. I cinesi sanno che agendo come Putin perderebbero questa immagine positiva; ma alla luce della esitante e inadeguata risposta della Nato e degli Stati Uniti in Georgia potrebbero prendere coraggio e forzare la mano per conseguire i propri obiettivi egemonici in Asia. Se il prossimo presidente americano non dimostrerà un rinnovato impegno nel proteggere gli stati democratici, accompagnandolo con azioni concrete, tutti in Asia capiranno da che parte il vento sta soffiando.

P.S. E' l'argomento della puntata di oggi di Think Global, su Velino Radio.

Sunday, September 14, 2008

Una causa giusta e una parte sbagliata

Gianfranco Fini sul fascismo (Atreju, 13 settembre 2008):
«Il giudizio complessivo da parte della Destra deve essere un giudizio negativo in ragione della limitazione e della soppressione della libertà... Non possiamo negare la storia. Il fascismo abolì alcune libertà fondamentali, fu una dittatura... L'infamia delle leggi razziali, questa aberrazione, questo male assoluto è la negazione a priori del principio dell'uguaglianza. La soppressione della libertà, la negazione dell'uguaglianza... e l'ultimo atto del film è stata una dichiarazione di guerra, che ha messo l'Italia in ginocchio, una catastrofe che i nostri padri e i vostri nonni non hanno dimenticato».

Gianfranco Fini sui ragazzi di Salò (Atreju, 13 settembre 2008)
«Dobbiamo essere intellettualmente onesti... Riconciliare un popolo significa riuscire a scrivere una memoria condivisa. E una memoria condivisa si scrive quando si ha l'onestà da ogni parte di dire delle verità, che possono essere scomode ma che sono verità. Sicuramente ci sarà stata da parte di tanti ragazzi assoluta buona fede nel fare certe scelte, nel rimanere fedeli ad una ideale, nel continuare a combattere per una bandiera. Riconoscere questa buona fede è in molti casi doveroso, ma è altrettanto doveroso dire che non è in discussione la buona fede. Non si può equiparare chi stava da una parte e chi stava dall'altra. Perché onestà storica - e compito per una Destra che voglia costruire il futuro e fare i conti con il passato - è anche dire che non era equivalente se si stava da una parte o dall'altra. C'era chi combatteva per una causa giusta, la causa della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale, e chi - fatta salva la buona fede in molti casi - combatteva per una parte sbagliata».

Saturday, September 13, 2008

Prodi l'africano

Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha nominato Romano Prodi a capo di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e dell'Unione africana che si occuperà delle missioni internazionali per il mantenimento della pace in Africa.

Dunque, pare che Prodi abbia realizzato il "sogno" di Veltroni. Ma non si era detto basta con l'invio di medicinali scaduti in Africa?

Friday, September 12, 2008

Palin alla prima uscita: se la cava

Dalla trascrizione della discussa prima intervista elettorale di Sarah Palin, alla Abc, non emergono gli scivoloni e le incertezze che le vengono attribuite dai media, soprattutto agenzie e giornali italiani. Ero curioso e sono andato ad accertarmi. Mi pare che se la sia ben cavata su temi che certamente fino a ieri non erano al centro della sua attenzione. Non si può dire per questo che abbia le necessarie competenze su politica estera e sicurezza nazionale, ma le risposte che hanno fatto più notizia - sulla "guerra" alla Russia e sulla dottrina Bush - sono state del tutto normali. Nulla di particolarmente acuto, ma nulla di inesatto o di sconveniente.

E' stato l'intervistatore - non la Palin, come viene invece riportato - a parlare di «guerra alla Russia», nel caso in cui la Georgia entrasse nella Nato e Mosca la attaccasse. Lei ha risposto correttamente: «Forse sì», spiegando bene quali sono i vincoli dell'Alleanza atlantica e che proprio per questo Ucraina e Georgia dovrebbero farne parte. Sulla dottrina Bush, l'intervistatore è stato vago e ha atteso la risposta della Palin. Poi, visto che anche lei rimaneva sul vago, Gibson ha specificato la sua idea della dottrina Bush: la «guerra preventiva», che invece è solo un aspetto della dottrina Bush del 2002 e certo non l'elemento originale. E la Palin ha risposto come avrebbe risposto McCain. Si può non condividere, ma che c'è di strano?

Carfagna batte gli altri ministri: è sua la prima legge idiota

Bene, l'attendevamo da mesi e finalmente è arrivata. Il nuovo governo eletto ad aprile ha appena varato la sua prima (speriamo anche l'ultima) legge totalmente idiota della legislatura. Attenzione: non sto parlando di una legge che ritengo semplicemente sbagliata. Sarebbe normale che tra tante leggi ce ne sia qualcuna che proprio non si condivide. No, qui si tratta di una legge idiota. E a firmarla, povera lei, che già non godeva di grande stima presso l'opinione pubblica, è Mara Carfagna.

Tutte le persone di buon senso sanno che per debellare la prostituzione dalle strade occorre un serio progetto di eros center. Invece la Carfagna crede di riuscire a estirpare il mestiere più antico del mondo, che dura da migliaia di anni, arrestando tutti, ma proprio tutti. Non gli sfruttatori, dove ce ne sono, ma ragazze e clienti. Milioni di persone, almeno il 10% della popolazione italiana. Qual è il grave crimine? Compravendita di sesso, il 90% delle volte tra persone adulte e consenzienti. Un vizio che diventa reato, neanche fossimo a Teheran.

Due sono le cose: o tutto si risolverà nella solita bolla di sapone all'italiana; oppure, a spese dei contribuenti, a discapito di reati di maggiore allarme sociale, e ingolfando ancora di più il lavoro dei tribunali, si metterà su uno straordinario apparato repressivo e carcerario. Magari poi un giorno avrò l'occasione di chiedere personalmente alla Carfagna come si prova davanti a un giudice la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio di un uomo e una donna che s'incontrano e parlottano sul ciglio di una strada. Per non parlare, poi, degli altri "piccoli" ostacoli di applicazione che sono descritti in questo articolo su Il Velino.

Le radici dell'odio

Un'altra delle polemiche stucchevoli che ogni tanto riaffiora riguarda Sofri e l'omicidio Calabresi. E' lo stesso Sofri questa volta a riaccenderla dalla sua rubrica Piccola Posta, su Il Foglio di ieri. Un articolo sorprendente, nel quale Sofri scrive che «l'omicidio di Calabresi fu l'azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». Certo, fu «un atto terribile», ma «questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». Sofri fornisce agli assassini di Calabresi se non una giustificazione almeno un'attenuante: «Erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime». L'ossimoro di una pietas assassina. Per vittime intende i morti della strage di piazza Fontana e l'anarchico Pinelli, da attribuire al «terrorismo di Stato».

Perecchie volte in passato Sofri, pur dichiarandosi innocente, ha preso le distanze dalla campagna di odio che con il suo giornale avevano orchestrato contro il commissario Calabresi. Ma ieri, parlando delle «vittime» vendicate con la morte di Calabresi, è tornato a indicare esplicitamente nel commissario «un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione», cioè il principale responsabile della strage di piazza Fontana, dell'incriminazione di anarchici innocenti e della morte di Pinelli. Scrive oggi Michele Brambilla su il Giornale:
«Tutte follie, specie se si considera che Calabresi non era a quei tempi che un giovane commissario lontanissimo dalle stanze del potere. Tutte accuse riportate senza lo straccio di una prova, accuse da cui Calabresi non può difendersi perché da quasi quarant'anni è sotto terra, e c'è - non dimentichiamolo - perché ce lo hanno mandato coloro che hanno creduto alle menzogne di Lotta Continua».
Ma il fatto più rilevante è che Sofri, credo per la prima volta, fa capire di sapere chi ha ucciso il commissario Calabresi. Lui si è sempre professato innocente. Gli si può credere o no, ma leggendo il suo articolo di ieri si ha la netta sensazione che l'abbia scritto con dei nomi in mente. Nomi di persone che deve conoscere a tal punto da ritenere che non siano «malvagie».

E Michele Brambilla, oggi, sottolinea una frase in particolare dell'articolo di Sofri, densa di significato: «Io personalmente ebbi in Lc un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale». Alla luce di queste parole, Brambilla tira le sue conclusioni:
«E' possibile, possibilissimo che Sofri sia innocente. Però sa che a uccidere Calabresi sono stati alcuni figli suoi, o meglio figli della sua creatura, Lotta Continua, e li ha voluti coprire fino all'ultimo... Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l'impressione che l'articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell'omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua ("anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale")».
Se fosse come azzarda Brambilla, e l'articolo di ieri di Sofri induce davvero a pensare che possa essere andata così, siamo di fronte a qualcosa di tremendo, di agghiacciante, che lo stesso Brambilla definisce in modo lucido:
«In questo immolarsi di Sofri non c'è nulla di eroico, né di nobile. C'è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C'è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c'è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità - di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto - non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa».
Se così stanno le cose, in questo "romanzo criminale" Sofri fa la parte del componente della banda che è stato "pizzicato" ma che tiene la bocca chiusa, perché sa che parlare servirebbe soltanto a condannare i suoi complici, ma non potrebbe salvare se stesso.

Chi mi legge sa che sono stato un convinto sostenitore della grazia a Sofri. Lo sono stato. Al di là della vicenda processuale e della sua colpevolezza, fino a ieri da ciò che scriveva mi sembrava davvero un'"altra" persona, e la funzione della pena compiuta. Non posso dire altrettanto oggi. Questa storia purtroppo dimostra che le radici dell'odio non si estirpano e che probabilmente avevo torto e aveva ragione chi diceva che per venire graziato Sofri avrebbe dovuto raccontare la verità a quello Stato democratico cui evidentemente ancora non riconosce legittimità.

Thursday, September 11, 2008

Molto più di un lapsus, è l'Anschluss russo

Altro che il falso lapsus di Obama, quello dell'autoproclamato presidente sudosseto è molto più di un lapsus. Rivela, per quelli che ancora nutrissero qualche dubbio, le reali intenzioni russe in Georgia e dimostra quanto fosse diverso il caso di Abkhazia e Ossezia del Sud da quello del Kosovo.

«Non vogliamo creare un'Ossezia indipendente. Perché così vuole la storia», aveva affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul Mar Nero, esprimendo l'aspirazione alla «riunificazione» con l'Ossezia del Nord e, quindi, il desiderio di tornare a far parte della Russia: «Sì, certo, noi diventeremo parte della Russia». Una dichiarazione scomoda persino per il Cremlino. Poco dopo, infatti, la "diplomatica" marcia indietro: «Ovviamente sono stato frainteso».

«A oggi pensiamo che il riconoscimento dell'Ossezia del Sud fosse un passo necessario e sufficiente. Non ci sono altri piani o alternative», si è affrettato a dichiarare il premier russo Putin, mentre il presidente Medvedev ricorre alla minaccia della piccola e militarmente impotente Georgia, occupata in tre soli giorni da poche migliaia di soldati russi, per giustificare un riarmo («si pone tra le più alte priorità dello Stato per i prossimi anni») in corso già da qualche anno.

Intanto, l'ambiguità della posizione italiana durante la crisi russo-georgiana non sembra aver incrinato i rapporti con Washington. Sarà vero? Così parrebbe dalle dichiarazioni ufficiali dopo l'incontro tra il premier Berlusconi e il vicepresidente Usa Dick Cheney. Eppure, oggi il Financial Times offre un'analisi diversa e francamente più convincente:
«... The US delegation, in Italy for five days, had pushed for clear endorsement of its position from Mr Berlusconi. Once a favoured ally rewarded for his support of the US invasion of Iraq, Mr Berlusconi has seriously irritated the Bush administration by his handling of Russia's invasion of Georgia... Concerns grew in Washington that Italy was undermining unity when Franco Frattini, Italy's foreign minister, went to Moscow last Thursday - when Mr Cheney was in Georgia and Ukraine, and ahead of European Union peace efforts by Nicolas Sarkozy, the French president, now among Washington's favourites».
Mentre noi temiamo che Berlusconi subisca il fascino della sua amicizia con Putin, il FT fornisce alla posizione italiana uno straccio di motivazione razionale:
«Bush administration hawks are alarmed by Italy's close energy relationship with Russia, particularly the "strategic partnership" between Moscow's Gazprom and Italy's part state-owned Eni, and the South Stream pipeline they intend to build to take Russian gas across the Black Sea. Gazprom's entry into Libya is being facilitated by an asset-swap with Eni where Gazprom will take half of Eni's take in the Elephant oil field in exchange for Eni taking part of Russia's Arctic Gas».