Saturday, February 26, 2005

La democrazia si fa largo a spallate in Medio Oriente

Il presidente egiziano MubarakAnche in Egitto si vota. Tutta "colpa" di Bush, perdonatelo. Ha convinto Mubarak, ma non Schroeder e Chirac (e neanche Prodi)

La democrazia si fa largo a spallate in Medio Oriente. L'annuncio di oggi, in un discorso televisivo alla nazione, del presidente egiziano Hosni Mubarak è arrivato a sorpresa, ma dopo settimane di mobilitazioni popolari per le riforme democratiche. Il presidente ha investito il Parlamento di emendare la Costituzione per consentire l'elezione diretta del capo dello Stato, riconoscere a tutti i cittadini il diritto di candidarsi e garantire loro la segretezza del voto. Un'iniziativa «di portata storica» per «aprire una nuova era di riforme», proprio come aveva chiesto a più riprese Bush. Solo poche settimane fa il presidente americano, nel discorso inaugurale del secondo mandato in cui esponeva la sua "dottrina della libertà", aveva "invitato" per la prima volta due dei Paesi fino a oggi "amici" degli Stati Uniti in Medio Oriente, Egitto e Arabia Saudita, a procedere con determinazione verso la democrazia.

«Una modifica appropriata per essere in linea con questa fase della storia del nostro Paese», l'ha definita Mubarak. Finora, in Egitto, le presidenziali consistevano in un referendum in cui gli elettori erano chiamati a votare "sì" o "no" per un unico canditato approvato dal Parlamento. «L'elezione del presidente avverrà attraverso uno scrutinio diretto e segreto, per dare la possibilità ai partiti politici di candidarsi e garantire la presenza di più di un candidato, perché il popolo possa scegliere secondo la sua volontà» ha annunciato Mubarak oggi, dicendosi convinto «della necessità di consolidare gli sforzi per più libertà e democrazia».

Il presidente Mubarak, 76 anni, è al potere da 23 anni, dall'assassinio del presidente Anwar Sadat nell'ottobre 1981. E avrebbe l'intenzione di intraprendere un quinto mandato di sei anni alla guida dell'Egitto, anche se non ha ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura. Il "Movimento popolare per il cambiamento", che rappresenta un ampio universo di soggetti politici e sigle, ha organizzato numerose manifestazioni dallo scorso dicembre, con lo slogan "Kefaya" (Ora Basta!), per chiedere a Mubarak di rinunciare a un nuovo mandato ed emendare la costituzione, con l'obiettivo di aprire le elezioni a più candidati. Già prima dell'annuncio di Mubarak, in tre si sono candidati per le future presidenziali: l'ex deputato Farid Hassanein, l'ex dissidente Ibrahim Saad Eddine e la femminista Nawal Saadawi.

«L'annuncio a sorpresa, una risposta ai critici che invocano riforme politiche, giunge poco dopo le storiche elezioni in Iraq e nei Territori palestinesi, consultazioni che hanno portato un gusto per la democrazia nella regione. Giunge anche nel mezzo di una controversia con gli Stati Uniti sull'arresto da parte egiziana di uno dei più forti promotori di elezioni pluraliste». (New York Times)
Ayman Nour, Al-Ghad, è stato arrestato il 29 gennaio dopo aver raccolto circa 2 mila firme per assicurare una licenza al suo partito. Un arresto politico, denunciano i gruppi per i diritti civili. Arresto fortemente criticato dal segretario di Stato Condoleezza Rice, la cui decisione di cancellare la sua visita in Medio Oriente per la prossima settimana potrebbe essere legata anche alla detenzione di Nour.

Prima della cacciata di Saddam Hussein, e senza la strategia americana di democratizzazione in Medio Oriente, rispetto alle quali l'Europa franco-tedesca e prodiana si era messa di traverso, tutto questo era inimmaginabile. Nei Paesi arabi oggi, dopo le elezioni in Iraq e Palestina, la gente si chiede "Perché qui non si può?".
«La gente in Europa dell'Est ha guardato la gente in Europa occidentale e si è chiesta, Perché non qui? La gente in Ucraina ha guardato la gente in Georgia e si è chiesta, Perché non qui? La gente nel mondo arabo guarda agli elettori in Iraq e si chiede, Perché non qui?... if there is one soft-power gift America does possess, it is this tendency to imagine new worlds».
L'agenda Bush sta dominando il globo, sottolinea David Brooks sul New York Times:
«When Bush meets with Putin, democratization is the center of discussion. When politicians gather in Ramallah, democratization is a central theme. When there's an atrocity in Beirut, the possibility of freedom leaps to people's minds. Not all weeks will be as happy as this one. Despite the suicide bombings in Israel and Iraq, the thought contagion is spreading. Why not here?». Da leggere assolutamente
Camillo segnala questo articolo del New York Times, il ravvedimento sui neocon, ai quali la storia sta riservando i legittimi risarcimenti dopo tutte le menzogne dette su di loro:
«Non sono più fascisti, non sono più ex troskisti, non sono più guerrafondai, non sono più fondamentalisti religiosi, non sono più ebrei del Likud, non sono più avidi affaristi, non sono più perfidi seguaci di Leo Strauss: sono antifascisti churchilliani».
Primi commenti favorevoli, anche se molto ancora resta da fare. «L'annuncio del presidente Mubarak per la riforma è una buona cosa ma non è sufficiente», dichiara Hussein Abdul Razzak, segretario del partito "Raggruppamento Progressista Unionista" alla tv satellitare araba al Jazeera. Ora l'abolizione della legge sullo stato di emergenza, che di fatto, «nega il principio di pari opportunità tra i candidati». Commento identico quello di Emma Bonino.
«Uno sviluppo positivo, un passo fondamentale verso la trasformazione democratica in Egitto. «Certo molto rimane da fare dall'abolizione delle leggi di emergenza ad un riesame anche di altri articoli della Costituzione in particolare quello relativo al limite dei mandati presidenziali possibili, limite attualmente inesistente. Ma non vi è dubbio che oggi è un giorno importante per l'Egitto e dimostra come il mondo arabo stia affrontando una stagioni di cambiamenti, impensabile fino a qualche tempo fa. Non sarà strada facile né lineare: lo dimostra per esempio il persistere della detenzione del deputato Ayman Nur, presidente del nuovo partito liberale al Ghad, l'alfiere più deciso e popolare di questa richiesta di modifica costituzionale, ostinatamente negata dall'establishment egiziano fino ad oggi».

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