Friday, October 29, 2004

Ipotesi fantasiosa (?) su Arafat

I poteri del "presidente" palestinese Yasser Arafat, da oggi ricoverato a Parigi, passeranno all'attuale primo ministro Abu Ala e al suo predecessore Abu Mazen. Il primo gestirà gli affari correnti dell'Autorità palestinese, mentre il secondo guiderà l'Olp, responsabile dei negoziati con Israele.

Sulle reali condizioni di salute dell'anziano leader è stata però sollevata una "palpabile" cortina fumogena. Non stupisce la mancanza di trasparenza praticata da una statualità autoritaria, corrotta e terrorista come quella targata Anp/Olp.

Non è così chiaro neanche se Israele (Arafat sarebbe un malato «terminale»), o gli Stati Uniti, siano in possesso di informazioni più precise. C'è da ritenere di sì. Insomma, per quanto ne so, mi chiedo: e se fosse tutta una messa-in-scena palestinese per far "evadere" il vecchio leader dalla morsa israeliana e dall'isolamento diplomatico? E se Arafat, dopo qualche analisi, tornasse presto a sgambettare per le capitali europee e a riallacciare e rinvigorire le politiche filopalestinesi che per vent'anni le cancellerie della Old Europe hanno praticato? Se è uno scenario verosimile lo vedremo presto. Intanto, Arafat si è avvicinato al miliardo di dollari che tiene al sicuro tra Francia e Svizzera.

Forumisti radicali, surgite!

... cioè, svegliatevi! Kb surreali questo pomeriggio sul Forum di Radicali.it. Un militante, chiedendosi come sarà la relazione di quest'oggi del segretario, riesuma il thread dell'anno scorso dove Daniele Capezzone pubblicò la sua relazione congressuale 2003. La cosa buffa (no, buffa no) è che si scatena il dibattito tra forumisti convinti che la relazione sia un'anticipazione di quella odierna. Il risultato è uno spasso, tra adesioni entusiastiche e attacchi pregiudiziali, è chiaro che nessuno va oltre le prime 15 righe. Questo thread finisce così per acquisire un valore paradigmatico di quale possa essere il livello del "dibattito possibile" sul Forum di Radicali.it.

Altri passi della storia. In giro per Roma

Non solo costituzione europea in questa grigia giornata per le piazze romane.
Da robba

I passi della storia

Della cerimonia di oggi per la firma della Costituzione europea (anzi, del nuovo Trattato) in Campidoglio, mi hanno impressionato, dal punto di vista simbolico, le immagini - tra le tante scontate e retoriche - che ritraggono Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, firmare l'Atto finale sotto la maestosa statua bronzea del Papa Innocenzo X nella sala degli Orazi e Curiazi. Se per 500 anni la Turchia ha fatto parte della storia europea all'interno di quel voluminoso capitolo sullo scontro tra Europa e Islam, in questi mesi entrerà sempre più a far parte della storia europea, non come parte sconfitta di quello scontro secolare, ma come protagonista di un nuovo capitolo, da scrivere, sull'incontro con l'Islam.

Per due volte, nel 1529 e nel 1683, l'esercito ottomano arrivò alle porte di Vienna cingendola d'assedio. La prima volta, dal 29 settembre 1529, Solimano II il Magnifico, l'artefice della massima espansione dell'Impero Ottomano, pose sotto assedio Vienna per 25 giorni con centomila uomini, prendendola a cannonate e costringendo in città l'arciduca Ferdinando in ritirata dopo la sconfitta di Buda che sanciva la conquista dell'Ungheria da parte dei turchi. L'assedio però si concluse con il logoramento delle truppe ottomane, soprattutto a causa del maltempo. Il più grande Sultano dell'Impero ottomano la prese bene: «Dio, nella sua infinita saggezza, non ci ha permesso di conquistare Vienna», annunciò. Meno rilevante del secondo assedio dal punto di vista militare, fu però importante dal punto di vista simbolico. Per la prima volta, dopo una gloriosa avanzata per tutti i balcani e in Ungheria, l'Islam minacciava una delle grandi capitali della Cristianità. Un brutto presagio dei tempi avvenire. Allo stesso tempo, seppure di lì in avanti non mancarono importanti vittorie per i turchi, l'assedio segnò in modo inaspettato l'inizio del declino dell'Impero ottomano. Declino che registrò un'accelerazione irreversibile prima con la battaglia di Lepanto (1571), poi con il fallimento del secondo assedio di Vienna (1683) che portò alla pace di Karlowitz (1699), con la quale Bulgaria, Serbia e Ungheria tornarono agli Asburgo.

Nel maggio 1683, il gran vizir Kara Mustafà guidò l'esercito ottomano (duecentomila uomini, harem, arredi per le tende dei generali, salmerie con le provviste e migliaia di animali) dalla pianura di Belgrado verso l'Austria, avendo come avanguardia i terribili tartari. In due mesi l'Austria è messa a ferro e fuoco. Gli austriaci si vendicano appena possono: quando riescono a fare prigionieri, li spellano vivi o, come i turchi avevano insegnato a Candia, li scapocciano per buttare le teste sugli assalitori.

Con l'assedio di Vienna in corso, l'imperatore Leopoldo, sostenuto dal papa Innocenzo XI, costituisce la lega dei soccorsi, un'alleanza di principi cristiani, che in settembre giunge in soccorso di Vienna: Carlo di Lorena con l'esercito imperiale di ventunomila soldati, Giovanni III Sobieski con venticinquemila polacchi, il principe elettore Massimiliano Emanuele con undicimila bavaresi, ai quali si aggiunge anche un piccolo esercito sassone. In tutto circa settantamila soldati che, sotto il comando unico del re di Polonia, disperdono i turchi, che pagarono caro il non aver forzato l'assedio nei due mesi di schiacciante superiorità militare.

«Per fortuna vince comunque un americano»

«Se dovesse vincere Kerry sarebbe poco male, perché vincerebbe comunque un americano. E saremmo alle solite: per un quarto d'ora Le Monde sarebbe tutto un frisson di ritrovato americanismo, poi non più. Circondato dagli interventisti democratici di Bill Clinton, Kerry non potrà che continuare la dottrina Bush. E' americano, Luca. Non c'è alternativa. Quando sono attaccati e minacciati fanno sempre così, per la fortuna di noi che ci possiamo permettere di chiacchierare in pace guardando l'Isola dei Famosi. Tanto ci sono loro, la Cavalleria. E se ci sarà da abbattere un dittatore, liberare due popoli, magari soltanto per ragioni geopolitiche, magari senza risoluzioni dell'Onu, magari senza prove, magari senza piani per il dopo, tu e io sappiamo bene che bosniaci e kosovari non hanno dubbi che dei clintoniani ci si può fidare». Leggi tutto
Christian Rocca, Il Foglio

Thursday, October 28, 2004

Aspettando il Congresso di Radicali italiani

Seguono estratti di materia pre-congressuale. I contributi integrali sono stati pubblicati negli ultimi due giorni sul quotidiano Il Foglio.

Su cui riflettere:
«Non si può interpretare come effetto di eccesso di potere mondano della Chiesa la rinascita di fondamentalismi religiosi che sono una risposta ingenua e irrazionale a un sentimento di paura del futuro.
(...)
Lo scontro politico è quello con i legislatori che, per convinzioni o per opportunismo, hanno creduto di dare sbocco normativo ai precetti morali - che nel tempo possono cambiare - della Chiesa.
(...)
si può scegliere anche la via della contaminazione politica ed elettorale, sapendo che esisteranno sempre mille e una buone ragioni per opporvisi, ma consapevoli anche delle opportunità che la presenza parlamentare apre, nell'interesse dei radicali e di tutti gli italiani che chiedono più libertà e più diritto.
(...)
L'esperienza recente mostra come forze politiche minoritarie possano far valere la loro elevata utilità marginale ben oltre il loro apporto “proporzionale” alle rispettive coalizioni: è il bello del maggioritario!»
Benedetto Della Vedova
Ineccepibile (1) sulla "ricalibratura" editoriale del Foglio:

«Il problema è capire quale Occidente deve affermarsi. Se vincerà il nostro, quello liberale, allora sarà l'Oriente ad assomigliarci (e a produrre chissà quali altre fecondazioni assistite e Almodovar). Se invece a prevalere sarà quello di Giuliano (Ferrara, n.d.r.), così corrusco e guerresco, pagheremo il prezzo per me insostenibile di essere divenuti troppo simili all'attuale Oriente».
Daniele Capezzone

Ineccepibile (2) sui radicali:
«Noi non facciamo politica per le elezioni, semmai partecipiamo alle elezioni per costruire nuove occasioni di iniziativa e di battaglia civile».
Daniele Capezzone
Leggi postilla:
«Tanto gli elettori di centrodestra quanto quelli di centrosinistra sarebbero ultrafelici di plebiscitare riforme liberali, dall'economia ai diritti civili. Il problema vero sono le rispettive leadership: se il Polo ha scelto quella che Pannella definisce la linea Fanfani-Almirante, i vertici dell'Ulivo sono se possibile ancor più terrorizzati dal voto. Ecco perché in queste condizioni è del tutto astratto e politicistico chiederci se e come ci presenteremo alle prossime regionali(...)».
Daniele Capezzone
Sul fatto che gli italiani sarebbero pronti a «plebiscitare...» non sono così ottimista. Devo dire che la lettura delle linee dettate dall'alto non esaurisce, non spiega tutte le dinamiche. Ci sono interessi e privilegi che nascono e si rafforzano in basso per poi trovare adeguata e non casuale rappresentanza democratica. La quale rappresentanza sa bene quali interessi e privilegi cavalcare per rimanere al potere. E' certo che molti più italiani, ben oltre il 2,3 per cento, sarebbero pronti a sostenere le politiche radicali - se queste non fossero premeditatamente escluse dal dibattito pubblico e dall'informazione - ma riguardo il «plebiscito» sono scettico perché una larga parte della società ha interessi nettamenti contrastanti e sa a chi rivolgersi e cosa fare per difenderli. Da questa analisi, da fare, dipende la comunicazione e la linea politica radicale. Come stimolare la consapevolezza dei propri interessi in coloro verso i quali le politiche radicali sono rivolte?

Troppo indulgente con RR:
Il Foglio «come Radio Radicale sa schierarsi con nettezza sulle questioni che contano, garantendo al tempo stesso un serrato dibattito tra opinioni opposte»
Massimo Bordin
Terreno scivoloso:
«per la parte che compete a Radicali Italiani, si cominci ad affrontare la miseria del dato organizzativo del partito transnazionale, tuttora privo di un segretario. Così com'è non può andare avanti».
Massimo Bordin
Roba inquietante, stalinista, da cestinare:
«Il sogno di un partito radicale senza Pannella è il sogno di uno che ha mangiato pesante: non ha senso. Il partito radicale è lui. Punto. E invece trovi sempre qualcuno che vuole spiegare a Marco come andrebbero organizzati e guidati i radicali. E' un esercizio vacuo, sbagliato ancor prima di essere inutile»
Massimo Bordin
Nessuno vuole un partito radicale senza Pannella. Anzi, lo vogliamo segretario, è il migliore, ci piace così com'è e non vogliamo cambiarlo. Pannella. Però il partito non può cambiare, o non è legittimo che qualcuno lo pensi possibile e opportuno? A che serve un congresso se già dall'inizio ti fanno capire che esprimere, spiegare, far valere, i propri pareri sull'organizzazione o la linea politica è «vacuo», «sbagliato», «inutile». E' il solito stalinismo! Allora è come il festival di San Remo, dove tutti sanno come va a finire!

Fini seppellisce il berlusconismo

Vede le brutte e ripiega su An. Considera ormai naufragato il progetto dei tagli fiscali, e con quello anche il berlusconismo. Chiede nuovi obiettivi e un nuovo governo. I soldi per i tagli fiscali non ci sono. Naturale, la verità è che non si trovano mai, perché quando si avvicinano le elezioni, ciascun partito preferisce devolvere in elargizioni alla sua base elettorale quello che si riesce a raschiare dal fondo dei barili pubblici. Di rischiare di investire, quello che c'è o in deficit, in politiche economiche che mirano allo sviluppo neanche se ne parla.
Berlusconi non sembra voler cedere: «Le promesse si mantengono. Quando dico una cosa, la si fa. Se non riesco a farla poi vado a casa, ma fin quando sono qui tutto ciò che affermo sarà fatto... verrà assolutamente fatto». Poche speranze finché si affida ai suoi amici statalisti.

Fondamentalista o simply conservatore?

Bush dichiara al New York Times di essere favorevole alle unioni civili tra gay:
«I don't think we should deny people rights to a civil union, a legal arrangement, if that's what a state chooses to do so».
Ma il Partito repubblicano si oppone... Risposta di Bush:
«Well, I don't. I view the definition of marriage different from legal arrangements that enable people to have rights. And I strongly believe that marriage ought to be defined as between a union between a man and a woman. Now, having said that, states ought to be able to have the right to pass laws that enable people to be able to have rights like others».
Forse i Repubblicani su questo punto sbagliano? Risposta di Bush: «Right». Leggi tutto
Segnalazione: Camillo

Wednesday, October 27, 2004

Pannella: «Portatemi Dio!»

Pannella e Vasco RossiIn fondo Pannella è assetato di religiosità. Per questo mi piace immaginarlo in veranda, davanti ad un tramonto spezzato, a discutere amabilmente ma appassionatamente con il Signore per convincerlo (e potrebbe persino riuscirci) che il Vaticano lo sta tradendo. Che la Curia e gli "incappucciati" del complotto 4B (Barroso, Berlusconi, Buttiglione, Bush) vogliono imporre la loro visione intollerante, antiliberale, antidemocratica, anti-libertà di coscienza, quindi anche antireligiosa, all'intera umanità. Il grido di Pannella, in definitiva, mi pare: «Portatemi Dio! Gli devo parlare».

Non so giudicare se abbia o meno ragione Giuliano Ferrara, che vede invece nella lettera di Pannella una pura «manovra parlamentare», una tesi fondata sul «nulla più puro» che serve come «giustificazione alta per il suo lobbying anti-Barroso». Sarebbe pura invenzione il «fantastico complotto» di Stati Uniti, Italia, Vaticano e Portogallo per far passare all'Onu il ritorno al Medioevo. Leggi l'editoriale.

Non so se la denuncia di un "complotto fondamentalista" che si sta impadronendo dell'occidente sia o meno fondata. Mi sembra però troppo in sintonia con quei vagheggiamenti dietrologici e deliranti sull'11 settembre, su Bush e il diabolico potere americano, che girano in rete e s'insinuano in certa intellettualità sconfitta dalla storia, eppure ancora ideologizzata, e nel brodo "pacifista". Non vorrei che l'esigenza di smascherare "il complotto" sia indotta dalla debolezza dei propri argomenti nel momento in cui si sta aprendo una battaglia di idee, culturale, sui temi della bioetica. Combattiamola questa battaglia! Ma per farlo efficacemente dobbiamo capire se siamo di fronte ad un "complotto fondamentalista", o più semplicemente ad una parte - anche minoritaria, ma rilevante - delle nostre società che esprime democraticamente le sue posizioni e i suoi valori e non vuole per questo essere demonizzata.

Oggi Pannella insegue Barroso in fuga. Il presidente designato si è fatto due conti e, non avendo la maggioranza dei voti al Parlamento europeo, non ha presentato la sua squadra. Pannella e i radicali esultano, un successo evidente, con l'esercito nemico in rotta durante la ritirata, sfuggito però all'annientamento. Buttiglione pare destinato, come anticipato da Pannella stesso domenica, a farsi da parte. E dalla stampa germanica arriva persino la soffiata Bonino.

L'allarme suonato da Pannella ha carattere così "sistemico" che sembra ignorare la complessità degli interessi coinvolti nella designazione di Barroso alla presidenza della Commissione europea. Non si spiegherebbe l'esplicito e convinto sostegno giunto da Tony Blair all'ex primo ministro portoghese, se l'obiettivo della nuova Commissione fosse davvero quello di imporre all'Europa una visione etica oscurantista. Ci sono anche la politica economica, i temi dell'allargamento, i rapporti transatlantici, per citare solo alcune delle questioni care ai radicali, marginalizzate però dal lavoro di lobbying anti-Barroso in frenetico corso in questi giorni.
Metteteci Dio
sul banco degli imputati
metteteci Dio
e giudicate anche lui
con noi
e difendetelo voi
buoni cristiani
Portatemi Dio
lo voglio vedere
portatemi Dio
gli devo parlare
gli voglio raccontare
di una vita che ho vissuto
e che non ho capito
a cosa è servito
che cos'è cambiato
anzi
adesso cosa ho guadagnato
adesso voglio esser pagato
Portatemi Dio
Vasco Rossi (Bollicine, 1983)

Berlusconi si trascina stanco verso la sconfitta

«Il Cav. perde perché non guida il paese. E per gestire l'esistente è meglio il centrosinistra. Si può perdere dopo aver governato in modo chiaro e magari impopolare. Oppure affondare nell'inerzia che non scuote, non smuove e non convince gli elettori che finiscono per disertare le urne».
Berlusconi ha rinunciato al governo del paese e tira a campare. Le parole sono del Foglio di oggi, che ha sentito Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, sul declino della secona esperienza berlusconiana al governo. Sottoscriviamo pienamente l'impeccabile analisi:
«Che le sconfitte elettorali della CdL segnalino il declino di un appeal costruito sulla promessa di un buon governo e macerato nella prassi del non-governo. Che tra un rinvio e l'altro – l'ultimo sulle aliquote fiscali è arrivato ieri – la maggioranza abbia abdicato al tentativo di autorappresentarsi e proporsi in nome di un programma inconfondibile, un progetto attorno al quale si producono identificazione e divaricazioni, scontro e consenso (...) Il centrodestra non innova e non seduce, si limita a mediare nella difficile amministrazione dello status quo. Dunque perde».
Ormai recuperare credibilità, con il promesso taglio delle tasse, è quasi impossibile, anche perché la finanziaria va in tutt'altra direzione. L'effetto sugli elettori del centrodestra è «un disorientamento diffuso e variegato», questo non-governo, con riforme solo annunciate o di altre «sbagliate», «scontenta tutti», e oggi è per lo più identificabile con un «un premierato diluito, attorno al quale nessuno può ragionevolmente mobilitarsi». Leggi tutto

In tempi di pessimismo e incertezze, i cittadini vogliono essere affascinati, afferrati, da una visione coerente, affidarsi ad un'idea di cambiamento della società la cui realizzazione possa migliorare condizioni presenti e prospettive future. Molte decisioni potranno risultare impopolari, dividere il paese, ma anche da questo si misura lo spessore dello statista (Blair docet), mentre l'unica cosa che non si perdona è il tirare a campare. Adesso tocca al centrosinistra provarci.

Sharon volpe e leone

«La domanda che s'impone è se sia Sharon che ha cambiato repentinamente politica o se sono i commentatori che hanno tardato a capirla».
Il premier israeliano Ariel Sharon esce vincitore dalla Knesset, il Parlamento israeliano. E' stato approvato, non senza la decisa ostilità delle formazioni dell'estrema destra religiosa e profonde lacerazioni all'interno dello stesso partito del premier, il Likud, il suo piano di disimpegno e di ritiro dalla striscia di Gaza entro il 2005. Impassibile, lucido, determinato è rimasto di fronte alla ribellione di parte del suo partito e di alcuni suoi ministri, poi licenziati. Un passo strategico che il premier ritiene fondamentale per la definizione dei confini israeliani, per una gestione più praticabile della sicurezza, inevitabilmente verso uno Stato palestinese. Su questo piano, Sharon ha ottenuto il sostegno del leader laburista e Premio Nobel per la pace Shimon Peres, nonché l'apprezzamento del quotidiano laburista Ha'aretz:
«As a strategist, he understood the limits of power, the damage caused to us in the world, the demographic risks, and most important of all to him, the danger of a rupture in relations with the U.S.» Leggi
Un progetto ambizioso e coraggioso che fa di Sharon un grande statista, ma un percorso anche pieno di rischi e incognite per Israele e per il premier stesso, sul quale pesa la minaccia del fanatismo israeliano, che già fece fuori Rabin e che già progetta violenze, boicottaggi ed intimidazioni per far fallire il piano. L'ipotesi di sottoporre il piano a referendum popolare è insieme opportunità e trappola: opportunità di una legittimazione definitiva, rischio di un esito ostaggio del terrore. L'Europa, la Russia stanno cominciando ad apprezzare la portata del piano unilaterale di ritiro. I palestinesi sono cauti, ma è a loro che adesso la comunità internazionale guarda con importanti aspettative. Hamas - e questo è un altro dei rischi della scelta - festeggia quella che ritiene una vittoria militare, vede vicini i giorni della vittoria finale per annientamento di Israele, e si sente incoraggiata nei suoi piani di distruzione indiscriminata della vita.
«Nell'articolo, di Fulvio Scaglione, si contrappone uno Sharon realista e coraggioso, che sfida l'opposizione interna al suo partito per dare una chance alla pace, a un Arafat incapace "di garantire un minimo di buon governo all'entità amministrativa palestinese e di farla uscire dalla spirale attentati-repressione".
La domanda che s'impone è se sia Sharon che ha cambiato repentinamente politica o se sono i commentatori che hanno tardato a capirla. Sharon, fin dal primo giorno del suo governo, ha sostenuto che Israele avrebbe dovuto compiere "dolorosi sacrifici" per ottenere una stabilizzazione delle relazioni con i suoi vicini, e che avrebbe fatto tutto il necessario, purché non fosse messa in pericolo la sua sicurezza e la sua esistenza. Se il ritiro da Gaza è unilaterale (ma in realtà concordato con l'Egitto) è perché i palestinesi non vogliono o non possono frenare i terroristi che lo vogliono far apparire come la ritirata di un esercito sconfitto».
Giuliano Ferrara, Il Foglio
Pochi giorni fa, sul Foglio, l'analisi di Emanuele Ottolenghi.

Il paradigma algerino

L'esperienza algerina è la dimostrazione più limpida e cristallina della natura peculiare del terrorismo islamista che combattiamo. Non è una reazione a ciò che facciamo, ma a ciò che siamo e rappresentiamo. Il fondamentalismo avverte la nostra stessa "identità" occidentale come un minaccia esistenziale all'"identità" islamica. In questa chiave, il soft power, cioè l'uso delle "armi di attrazione di massa", delle diplomazie dei governi o delle ong, quel potere che si esprime (e si impone) attraverso i simboli e i valori culturali ed economici, è parte del problema almeno quanto è parte della soluzione, ed è parte del problema non meno di quanto ne è parte l'uso della forza militare.
La strage irachena di Baquba ha aperto telegiornali e giornali di mezzo mondo; quella degli ancora più innocenti ragazzi di Medea, in Algeria, trucidati mentre si recavano ad una partita di calcio, ha avuto al massimo qualche trafiletto. Eppure...
«è una notizia importante, importantissima, tanto quanto è agghiacciante, perché conferma, con l'atrocità compiuta su quei sedici corpi straziati e oltraggiati, che il terrorismo islamico in Algeria è forte, continua a fare strage, che dopo 13 anni e una repressione feroce, è ormai diventato cronico. In questa conferma c'è anche la spiegazione del così poco rilievo che la strage dei tifosi ha così stranamente trovato sui nostri mass media, del perché nessun direttore di giornale abbia trovato interessante la notizia di un terrorismo islamico che considera il tifo calcistico un peccato da punire con lo sgozzamento e la morte. In Algeria, infatti, non c'è nessun americano, non c'è nessuna guerra, non c'è più nessun ebreo (sono stati costretti a fuggire, a centinaia di migliaia), non c'è nessun israeliano. Né Bush né Sharon possono essere accusati di aver fatto nulla che abbia prodotto terrorismo islamico. In Algeria non c'è questione nazionale aperta. Pure, dal 1991, 150 mila sono le vittime del terrorismo islamico, decine di migliaia sgozzate e decapitate. L'Algeria, insomma, testimonia, anche nell'orrore dell'ennesima strage, che il terrorismo islamico nasce dentro la società musulmana contemporanea, che non è reazione a nulla, neanche alla miseria, ma che è intrinseco a un orrido miraggio salvifico, a una religione, a uno scisma islamico, a una visione del mondo in cui il tifoso di calcio va punito con la morte». Leggi tutto
Il Foglio

Nuova leadership per la Francia?

La prossima guida dell'Ump, il partito del presidente Chirac, vuole aprire la Francia ultralaica alle religioni. Rifondazione anche su altri fronti:
«Sarkozy ha dichiarato più volte che è sua intenzione rifondare l'ideologia della destra, che considera arcaica. Vuole la fine del cinquantennale asse franco-tedesco, per esempio, al quale preferisce una cooperazione che comprenda l'Italia, la Spagna, la Polonia, oltre che Germania e Gran Bretagna. Fine anche dell'opposizione pregiudiziale e ideologica agli Stati Uniti, che Sarkozy ammira per il loro dinamismo economico e per la loro capacità di unire azione e pensiero». Leggi tutto
Il Foglio

Monday, October 25, 2004

Europei in pausa dalla realtà

E' l'analisi di Ralph Peters, sul New York Post:
«America's crime was to acknowledge reality. It will be a long time before Europeans forgive us».
Confortati da decenni di pace e stabilità e dall'esperienza di ben altro terrorismo, gli europei ancora si rifiutano di comprendere la peculiare natura, la novità, quindi la gravità, della minaccia terroristica di questi anni. Vivono nel mito di un mondo «benigno» dove pace e welfare sono esiti inevitabili. Il prezzo di questa miopia potrebbe in futuro essere molto alto. Nessun paese europeo ha integrato con successo la propria minoranza musulmana, cosìcché le comunità islamiche in Europa sono le più esposte alla deriva fondamentalista. L'unica cosa che può ancora unire Stati Uniti ed Europa è proprio la minaccia terroristica. Francia e Germania - la «vecchia Europa» - hanno più bisogno dell'America di quanto l'America abbia bisogno di loro.

Fuga da Bob Woodward

Le 22 domande che il giornalista avrebbe voluto fare a Kerry, ma Kerry simply non ha avuto tempo per farsi intervistare. Leggi

Sunday, October 24, 2004

Dichiarazioni di voto

Perché non mi convince chi dice che con Kerry l'America sarà più debole. Per Bush l'esportazione della democrazia è una priorità e per Kerry no; Bush ha molti meriti, ma ha commesso gravi errori. Kerry potrebbe fare meglio. Chiunque vinca, avremo fiducia e "tiferemo" America.
Negli Stati Uniti ci si avvicina al voto per eleggere il presidente dei prossimi 4 anni e molti giornali pubblicano i loro endorsement, gli editoriali di sostegno ai candidati. Decisamente dalla parte di Bush il neoconservatore Weekly Standard: la scelta è fra tentare di tornare agli anni '90 (con Kerry), oppure affrontare le sfide del mondo post-11 settembre perché indietro non si può tornare (con Bush). Dopo il New York Times, domenica scorsa, oggi l'altro grande quotidiano liberal, il Washington Post, annuncia il sostegno a John F. Kerry. E' un buon punto di partenza per questo post. Il WP è stato a favore della guerra in Iraq e si è persuaso della necessità di democratizzare il Medio Oriente. La decisione di sostenere Kerry viene spiegata ai lettori con un editoriale onesto, non scontato e molto più ragionato rispetto a quello del NYT: riconosce tutti, ma proprio tutti, i meriti di Bush e indica gli errori. Critica i flip-flop di Kerry, ma lo giudica credibile come commander-in-chief e ritiene che non si mostrerà debole come lo dipingono i detrattori. Insomma, più o meno farà le stesse cose di Bush, ma farà un lavoro migliore.

Ammetto che Bush mi è più simpatico, Kerry è snob e demagogico da morire. Ma dico subito che non mi schiero, non "tifo" per nessuno dei due - o per tutti e due per motivi diversi - poi la mia fede giallorossa mi impedisce di tifare "invano". Ritengo inaccettabili però i pregiudizi e la demonizzazione che colpiscono Bush su praticamente tutti i temi della campagna elettorale e odio certa stampa che approfitta dell'ignoranza dei suoi lettori per distorcere notizie e analisi sulla politica americana e, soprattutto, sulla politica di questa amministrazione. Alcuni meriti del presidente uscente sono indiscutibili, il suo conservatorismo non è più estremo rispetto ad altre amministrazioni repubblicane. E' tuttavia inaccettabile anche molta della propaganda che i fan di Bush ci riversano addosso per spiegarci che non bisogna assolutamente votare per Kerry perché questo metterebbe a rischio la vittoria nella guerra contro il terrorismo. Kerry invece si dimostra credibile come commander-in-chief e il suo flip-flopping è fisiologico in una campagna elettorale tutta in salita.

Ebbene, anche oltreoceano la campagna elettorale vive di tante cose non proprio impeccabili, spesso si usano espressioni ambigue e toni discutibili per intercettare il consenso di questo o quel tipo di elettorato sulla maggior parte dei temi. Riguardo il difetto che più viene contestato a Kerry, cioè di essere un flip-flopper, una banderuola, uno che cambia spesso opinione a seconda della convenienza politica, questa critica trova più di un fondamento, non solo in questa campagna, ma in tutta la sua carriera al Senato. Bisogna riconoscere però, che a differenza di Bush il senatore democratico riscontra una maggiore difficoltà a costruire intorno a sé una maggioranza omogenea di consenso. Mentre Bush può permettersi di parlare al suo elettorato con una certa nettezza e coerenza, sapendo di esprimere posizioni in sintonia con l'intera sua base su praticamente tutti i temi principali (politica estera, sicurezza interna, economia, welfare, bioetica), Kerry non può contare su di un elettorato così omogeneo - unito soprattutto dall'odio per Bush - e sa di dover contemporaneamente sia tenere alta la temperatura della base profondamente democratica, sia tentare di intercettare il voto degli incerti e dei moderati. Da questa doppia esigenza deriva il flip-flopping di Kerry, o almeno quella parte in fondo trascurabile della sua ambiguità.
Le attuali maggioranze al Congresso fanno supporre che a Bush basti mobilitare i suoi, evitare delusione ed astensioni in quel vasto sentimento/movimento conservatore che in questi anni sembra essere ben lanciato per conquistare la maggioranza nel Paese, come rivela un interessante articolo dell'Economist.

Giorni fa leggevo sul Foglio di una giornalista anglo-americana che vota Bush esclusivamente perché se fosse sconfitto i jihadisti di tutto il mondo si darebbero ai festeggiamenti. A pensarla così non sono in pochi. Anche commentatori di spicco, come Charles Krauthammer, citano tra i buoni motivi per votare Bush il fatto che il terrorismo islamico, da bin Laden ad Arafat, e la maggior parte dei Paesi europei, in fondo in fondo "tifano" per Kerry convinti che con lui alla Casa Bianca l'America sarà più debole e accomodante. Questo argomento proprio non mi convince. Probabilmente sia all'Eliseo, sia in Medio Oriente, si auspica la sconfitta di Bush, con l'aspettativa di un'America più debole con Kerry: calcoli errati e gli elettori non si dovrebbero far condizionare. Sebbene sia vero che i due candidati sono portatori di due visioni di politica estera alternative (una idealista e aggressiva, l'altra realista e multilaterale) che per forza di cose funzionano in modo diverso e si danno diversi obiettivi, con Kerry alla Casa Bianca cambierebbe poco sia per i terroristi, sia per noi europei. Nei confronti dei primi ci sarà comunque lotta senza quartiere, Kerry non esiterà a circondarsi delle migliori intelligenze (Holbrooke, Biden, Rubin non sono proprio delle colombe) e a mettere in campo tutte le risorse del Paese, mentre gli europei saranno chiamati a rispondere positivamente alle chiamate di Washington se non vorranno scagionare Bush dall'accusa di unilateralismo e creare un solco, questa volta bipartisan, nelle relazioni transatlantiche.

Il Foglio non manca mai di sottolineare il flip-flopping di Kerry e la sua inadeguatezza per il comando, ma si contraddice spesso quando non può far a meno di ricordare alla sinistra italiana, così vigorosamente anti-Bush, che Kerry non è esattamente un "pacifista" e non dismetterà la dottrina della guerra preventiva. Il netto dissenso tra Bush e Kerry sull'Iraq non inganni: si consuma tutto sul passato, perché entrambi vogliono finire il lavoro e indicano la stessa strategia. Queste osservazioni - in contrasto con l'idea di un Kerry pappamolle liberal - sono esatte e, come notavamo all'inizio, hanno convinto il Washington Post. Non so dire se Kerry sarebbe più o meno capace di Bush, ma credo che lo "sporco lavoro" da fare sia lo stesso e che sia determinato a farlo. Per Bush l'esportazione della democrazia è una priorità e per Kerry no; Bush ha molti meriti, ma ha commesso gravi errori. Kerry potrebbe fare meglio.
Chiunque vinca, avremo fiducia e "tiferemo" America.

Tutto su queste presidenziali Usa

Saturday, October 23, 2004

I termini della scelta del 2 novembre

Negli Stati Uniti ci si avvicina al voto per eleggere il presidente dei prossimi 4 anni e molti giornali pubblicano i loro endorsement, gli editoriali di sostegno ai candidati. William Kristol scrive sul Weekly Standard che il tema centrale della campagna, ciò che più divide Bush e Kerry, rimane l'11 settembre. La scelta è se tentare di tornare agli anni '90 (con Kerry) oppure affrontare le sfide del mondo post-11 settembre perché indietro non si può tornare (con Bush). La pace degli anni '90, avverte Kristol, era illusoria e ingannevole e l'11 settembre ha portato alla luce il fallimento di leadership di quel decennio.

Altra differenza cruciale tra i due candidati è la ferma convinzione, che Bush ha e Kerry no, che l'esportazione della democrazia debba essere una priorità della politica estera americana. Mentre per Kerry non è fondamentale rivoluzionare la cultura politica del Medio Oriente, quanto piuttosto recuperare le relazioni con gli alleati e la legittimità internazionale perduta, Bush ha deciso di agire con forza per quell'obiettivo.
Kristol replica poi ad un articolo di Thomas Friedman sul New York Times, nel quale difendeva Kerry dalle critiche subite per aver espresso l'intenzione di riportare l'America a prima dell'11 settembre, a quando il terrorismo era solo un «fastidio». Un'affermazione interpretata dai critici di Kerry come una sottovalutazione sia del terrorismo islamico - con il quale bisognerebbe dunque accettare di convivere - sia della svolta, anche interna, che l'11 settembre ha rappresentato. Altrettanto facilmente si potrebbe però argomentare che Kerry abbia voluto usare quella frase per esprimere la sua ferma intenzione di sconfiggere il terrorismo...
... questo post ha una seconda parte

Pisa rossa... dalla vergogna

«Manganello, olio di ricino e silenzio», è lo sfogo del prof. Giorgio Israel, al quale ci uniamo, per l'atto di squadrismo con il quale all'Università di Pisa è stato impedito lo svolgimento di un convegno su Israele e cacciato un consigliere dell'Ambasciata d'Israele, Shai Cohen. Leggi
Informazione Corretta

Friday, October 22, 2004

La Bielorussia rientra nel club delle dittature. L'America reagisce

Lukashenko e PutinUn atto bipartisan del Congresso degli Stati Uniti è stato trasformato in legge dal presidente George W. Bush. Il Belarus Democracy Act del 2004 promuove lo sviluppo della democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto in Bielorussia e, oltre ad imporre - come il suo predecessore nel 2003 - sanzioni economiche nei confronti del regime sempre più autoritario di Aleksandr Lukashenka, sostiene iniziative di promozione della democrazia attraverso i mass media (ad es. saranno potenziati i programmi di Voice of America e forniti aiuti a media indipendenti) e finanzia partiti e Ong democratici. Sarà compito del presidente predisporre le somme da destinare ai progetti e redigere un rapporto annuale sul traffico di armi tra la Bielorussia e qualsiasi Paese sostenga il terrorismo.

Il provvedimento viene varato con tempismo eccezionale, a soli tre giorni dalle elezioni farsa con cui il dittatore bielorusso ha ottenuto la maggioranza parlamentare ed il plebiscito confermato la sua nomina a presidente senza termini. Gli osservatori dell'Osce hanno dichiarato le elezioni in Bielorussia «né libere, né corrette» e, ha denunciato il presidente Smith, durante il loro svolgimento ha regnato un clima di intimidazione, «tensione e paura». Per il vicepresidente della Commissione Helsinki, un'agenzia Usa indipendente che lavora all'attuazione degli accordi di Helsinky, il nuovo provvedimento rappresenta un «forte impegno» per la democrazia in Bielorussia.

Il presidente Bush ha dichiarato:
«In un periodo nel quale la libertà sta avanzando nel mondo, Aleksandr Lukashenka e il suo governo rendono la Bielorussia un regime di repressione nel cuore dell'Europa, un governo isolato dai suoi vicini e i cittadini isolati tra di loro. Lavoreremo con i nostri alleati e partners per sostenere coloro che cercano di far tornare la Bielorussia al suo giusto posto all'interno della comunità euro-atlantica di democrazie. Non c'è posto nell'Europa intera e libera per un regime di questo tipo (...) Il Belarus Democracy Act ci aiuterà a sostenere coloro che, all'interno della Bielorussia, stanno lavorando verso la democrozia».
L'Europa che fa, dorme?

Questo il commento di Jan Maksymiuk per Radio Free Europe.

Clima da "notte dei cristalli" all'Università di Pisa

Martedì prossimo il Senato accademico dell'Università di Pisa si riunirà sul caso dell'aggressione ai danni di Shai Cohen, il consigliere dell'ambasciata d'Israele aggredito e letteralmente cacciato (il 14 ottobre scorso) da un dibattito a cui doveva partecipare invitato dalla Facoltà di Scienze politiche. La minaccia del gruppo di studenti "pacifisti" era chiara: «Fuori da quest'aula, altrimenti la nostra violenza si trasformerà da verbale a fisica». «O lo cacciate oppure rimaniamo qui. Questo israeliano non apre bocca». «Non siamo antisemiti, ma antisionisti. Israele non ha diritto d'esistere».
Dopo 4 giorni le prime scuse ufficiali, ma ancora nessun progetto che miri a ripulire l'immagine della Facoltà e dell'Università.
Su Indymedia è arrivata intanto la rivendicazione dell'agguato:
«Tanto più provocatoria è parsa l'iniziativa organizzata dalla facoltà di Scienze politiche di Pisa in collaborazione con l'Associazione di Amicizia Livorno-Israele da alcuni soggetti appartenenti ai radicali, che avrebbe visto il consigliere di ambasciata di "Israele" in Italia, Shai Choen, parlare dello "Stato democratico d'Israele oggi". I compagni e le compagne di Pisa hanno impedito che fosse data voce al rappresentante ufficiale di uno stato assassino. Con fischi, insulti, slogan e varie amenità sono stati messi a tacere anche il professore che aveva organizzato l'incontro e il preside di Scienze politiche, che alla fine ha dovuto dichiarare annullata la conferenza».
Firmato: Pisa antagonista

Dopo le toghe rosse, ecco le toghe arcobaleno. Ora non ci manca nulla

Fabrizio QuattrocchiCosa fa il Csm? Cosa fa il presidente Ciampi?
Umberto Cupertino, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Fabrizio Quattrocchi (quest'ultimo ucciso durante la prigionia) erano dei «mercenari» al servizio degli americani e degli inglesi, quindi si sono andati a cercare quello che gli è capitato: «Gli italiani, dunque, erano veri e propri fiancheggiatori delle forze di coalizione e questo spiega, se non giustifica, l'atteggiamento dei sequestratori nei loro confronti». A questa conclusione è giunto il gip di Bari Giuseppe De Benedictis. Questo signore ha il diritto costituzionalmente garantito di sfilare nelle piazze e gridare "10, 100, 1000 Nassiryia", ma non gli può essere consentito di disonorare in questo modo l'alto ufficio che ricopre. Dovrebbe essere rimosso immediatamente. L'uso del termine «fiancheggiatori» sottointende un'accusa ideologicamente e storicamente definita, che rimanda al lessico, da una parte della resistenza contro il nazifascismo, dall'altra delle BR contro lo Stato.

Una sentenza politica che apre «la caccia giudiziaria al mercenario», che criminalizza gli italiani pronti a lavorare e a rischiare in Iraq per proteggere la ricostruzione e la pacificazione. Una sentenza stalinista che criminalizza gli italiani che - ancora una volta - si sono schierati dalla parte giusta, quella della civiltà, nella lotta contro il terrorismo. Il Foglio lancia un appello al presidente Ciampi, che sottoscriviamo in pieno.
Il presidente colga l'occasione per riscattarsi dopo la nomina a Cavaliere della Repubblica di Lilli Gruber, che chiama resistenza il terrorismo.

«Detestare l'America è molto di moda tra gli intellettuali»

Christian Rocca ci segnala questo libro in uscita, credo per ora solo negli Stati Uniti, che traccia una storia dell'antiamericanismo: «Hating America - A History», di Danny e Judith Rubin.

Balle americane

... quelle di Michael Moore.
«Se tutto quello che sapete è ciò che il flusso principale dei mezzi di comunicazione vi dice, allora state vivendo in un mondo di illusioni. Tuttavia voi non potete liberare la vostra mente semplicemente rimpiazzando un insieme di illusioni manipolate con un altro insieme di illusioni manipolate.
Il film Fahrenheit 9/11 è una contorta, disonesta, paranoica, e odiosa fantasia.

Occorre apprendere i fatti, per formarsi una propria opinione. La lista qui sotto è un riassunto di un report molto più lungo, che è disponibile gratis sul sito http://www.davekopel.org/. Il report inoltre discute molte altre conseguenze riguardo al film.
C'è una quantità di buone ragioni perché la gente abbia scelto di votare contro (o a favore) la rielezione di George W. Bush. E c'è una quantità di buone ragioni per cui i Patriotic Americans abbiano deciso di opporsi (o di approvare) la guerra in Iraq. Una cosa che tutte le buone ragioni hanno in comune è che esse sono basate sui fatti. In democrazia noi dovremmo cercare di convincere i nostri concittadini con i fatti e con ragionamenti logici. Manipolare la gente con frode e propaganda significa fare un attentato alla democrazia stessa».

Segnalazione di Camillo

La frase del giorno è su Fidel Castro

«Tutti stiamo aspettando la morte» di Fidel Castro. E' l'unica soluzione per la democratizzazione di Cuba. «Non dico che lo uccidano, io non auguro la morte a nessuno», ma difficilmente il lider maximo cambierà il regime mentre è in vita.
Loyola De Palacio, commissaria Ue all'Energia e i Trasporti

Thursday, October 21, 2004

Quer pasticciaccio brutto de Bruxelles

Orami è farsa, Buttiglione unfit
E' andata a finire a tarallucci e vino. Con un ex ministro e prossimo commissario che si scusa per quanto detto e accetta l'amputazione del suo incarico pur di sedere sulla sua nuova poltrona. Un cinico opportunismo che ci toglie ogni dubbio sulla dignità e lo spessore politico di Rocco Buttiglione, il quale si dimostra inadatto a qualsiasi incarico nella Commissione europea e danneggia il ruolo europeo dell'Italia. La soluzione del caso che sta prendendo forma dimostra quanto pretestuosa fosse l'ostilità delle sinistre nei confronti di Buttiglione e pone seri dubbi anche sulla personalità politica di Barroso.

Se Giuliano Ferrara ha preso così a cuore la difesa di frà Rocco, ammetterà ora che ben poco ne valeva la pena e che possiamo dimenticarci presto di questa misera storia di poltrone e dispetti.

Wednesday, October 20, 2004

Armi "improprie" contro Buttiglione. Pannella le impugna

In poche parole quello che è successo oggi. Un quotidiano britannico, il Daily Telegraph, ha pubblicato oggi un articolo nel quale dice che non è solo Mr Catone ad avere guai con la giustizia. Il segretario di Buttiglione è indagato per frode, e questo lo sappiamo, ma lo scoop del Telegraph è che anche il commissario designato Rocco Buttiglione, due anni fa, è stato indagato per un anno dalla procura del Principato di Monaco (WOW!). Ipotesi di reato: finanziamenti illegali alla Democrazia Cristiana, insomma, il più classico dei reati di Tangentopoli. Il giornale ha sentito il magistrato, che ha però dovuto chiudere l'inchiesta (sigh!) per «imprecisioni» nei documenti ricevuti dall'Italia e perché non ha potuto stabilire che un crimine fosse stato commesso nel Principato. Come a dire: "Non avevo le prove, ma Buttiglione era colpevole".

Ho già detto che ritengo non solo legittimi, ma anche opportuni sia il voto in Commissione contro Buttiglione sia il pressing su Barroso per cambiargli portafoglio. Ma non nascondiamoci dietro un dito. Posta in questi termini la vicenda rischia di diventare scivolosa e torbida. Si tratta di utilizzare la via giudiziara, per altro esaurita da due anni, per colpire Buttiglione e scalzarlo dalla Commissione europea laddove non vi si riesce con i mezzi leali della politica e delle idee.

E Pannella? Manco a dirlo, cavalca: «Il problema non è Buttiglione, ma Barroso e il governo italiano». I giri di parole non ci convincono. Arriva a dichiarare ai microfoni di Radio Radicale: «La cosa peggiore che possa accadere al governo italiano, al governo europeo e allo stesso Buttiglione, è che venga mantenuta la sua candidatura. Sarebbe uno stillicidio, per ragioni nobili ed ignobili». Insomma, tutto pur di far posto alla Bonino. Abbiamo certo più stima dell'ex commissaria radicale, ma un così esplicito e odioso ricatto morale a Buttiglione e al governo italiano ("Se insistete con Buttiglione vi faranno vedere i sorci verdi del giustizialismo per i prossimi anni") va assolutamente respinto da chiunque giunga. Cioè, Buttiglione dovrebbe rinunciare perché ricattato dai fumi giustizialisti?

E basterebbe che Buttiglione assicurasse di escludere Catone dalla sua segreteria a Bruxelles, come tra l'altro sembra voglia fare? Ne dubitiamo.
Nella sua replica, stavolta immediata, Buttiglione, dando mandato ai suoi legali di adottare tutte le misure previste dalla legge per difendere la propria onorabilità, fa sapere di non essere «mai stato informato di una qualsivoglia inchiesta nei suoi confronti nel Principato di Monaco o altrove». «Torniamo a ribadire - si legge nella nota - che nel futuro gabinetto del commissario incaricato non ci saranno persone provenienti dall'Italia, ma personalità di primo piano già operanti da anni in ambito europeo».

Tuesday, October 19, 2004

Amici in carriera

«Ed è proprio perché mostra l'azzeramento di questa distanza tra i cosiddetti professionisti della politica e i ragazzi come gli altri che Flavia Vento diventa davvero una potenziale deputata, una che dice: "Anche io come Silvio Berlusconi ho il mio Gianni Letta, si chiama Luciano Nobili". Tu le chiedi "E chi è scusi?". Lei spalanca gli occhi azzurrissimi, come per dire: "Mi-meraviglio-di-lei!". Poi punta il dito su un rubicondo giovane della Margherita, che al suo fianco sta arrossendo di modestia, esclama: "Come chi è? Ma è lui!"».
Fonte: Dagospia

Repubblicano sì, ma pioniere della West Coast

SchwarzeneggerIl governatore della California, il repubblicano Arnold Schwarzenegger, si è espresso a favore, in contrasto con il suo partito e la politica del presidente stesso, dello stanziamento di un fondo di tre miliardi di dollari per finanziare la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Ma, si giustifica l'attore, la California è da sempre uno Stato «pioniere». Abbiamo guidato «temerariamente» l'industria dell'high-tech, ora guideremo l'industria delle biotecnologie.

La decisione non è priva di rischi politici per il governatore che criticava il governatore precedente per l'eccessivo deficit del bilancio dello Stato. Il 2 novembre i californiani saranno chiamati al voto sulla Proposition 71, il referendum che propone di stanziare 300 milioni di dollari l'anno per dieci anni nella ricerca sulle cellule staminali embrionali, referendum al quale il partito rapubblicano ufficialmente si oppone, come probabilmente anche l'amministrazione Bush, che ha limitato i fondi federali per tali ricerche.

Pannella precisa, Ferrara lo abbraccia

Pannella riesce a correggere un po' il tiro: qualche giravolta, ma senza passi indietro
Al Corriere della Sera Pannella ha affidato ieri una esauriente precisazione riguardo la sua posizione sulla bocciatura di Rocco Buttiglione come commissario europeo alla Giustizia e alle Libertà. Da notare: a) che la vicenda giudiziaria del prof. Catone - «fondata o infondata che si riveli», precisa stavolta il leader radicale - viene inquadrata nei termini più cauti e consoni che merita; b) che il nuovo testo è stato ripulito sia dai toni livorosi sia dal procedere confuso delle argomentazioni che caraterizzavano la lettera a Barroso. Nessun «linciaggio ideologico e anticristiano» quindi, ma dubbi fondati sulla figura politica dell'ex ministro Buttiglione, le cui iniziative di governo collidono con le «realtà politiche e istituzionali di tanti dei 25 Paesi, governi e opinioni pubbliche, su temi e problemi politici e legislativi che li vedono schierati su posizioni addirittura opposte». Motivi di opportunità circa la sua nomina a quel portafoglio, ma non ad altri.

La correzione di tiro del leader radicale ha subito ricevuto l'apprezzamento, sincero e ironico, da parte di Giuliano Ferrara, nel suo editoriale di oggi dal titolo «Gentile Pannella»:
«"Io veramente volevo soltanto insistere sulla Bonino, che sarebbe un commissario molto migliore di Buttiglione, e oltre tutto non mi piace quel Catone, il segretario del commissario designato. Ma non ho mai nemmeno lontanamente pensato di bocciare in modo illiberale un commissario per le sue idee personali e il suo credo, Dio ne guardi". Così ha parlato, anzi scritto, Marco Pannella nel Corriere della Sera di ieri, lunedì. Il che non solo gli fa onore, e di questa precisazione d'onore non dubitavamo, eravamo per così dire in attesa, ma gli riconferisce quello statuto di maestro in pratiche liberali che noi semplici discepoli non avremmo titolo per incrinare».

Radicali/ELDR. Matrimonio di quale convenienza?

Da ieri pomeriggio i Radicali italiani fanno parte del Partito LiberalDemocratico Europeo (ELDR). Che vuol dire? Qual è il significato di questa scelta? Aiutatemi a capire.

Monday, October 18, 2004

Una questione è controversa

Un passaggio condivisibile, tra altri meno condivisibili, del ragionato post di 1972 sulla questione dei matrimoni gay:
«Si può pensare quel che si vuole del matrimonio omosessuale e certamente sia chi è favorevole sia chi è contrario ha dalla sua argomenti sostenibili. Ma che si tratti di materia controversa è sicuro. Anche senza scomodare improbabili teorie su sconvolgimenti epocali che la riforma provocherebbe nel tessuto sociale, è chiaro che matrimonio eterosessuale e matrimonio omosessuale non sono la stessa cosa, per alcune ragioni evidenti che sarebbe superfluo perfino sottolineare. Ciò non implica di per sé il rifiuto del secondo ma la mancata considerazione di questa differenza rende di per sé dubbie le motivazioni di una sua acritica accettazione».
La riflessione di 1972 parte dallo scambio di opinioni tra Adriano Sofri e Giuliano Ferrara pubblicato di recente sul Foglio. Io non riesco su questo tema ad avere una posizione netta, ma sento una maggiore vicinanza con gli argomenti di Sofri. Rispetto alla posizione (difesa nell'editoriale di sabato) sulla quale Ferrara ha schierato il suo giornale da qualche mese, anche su altri temi, ci sarebbe da fare una riflessione più articolata che mi riprometto di postare nelle prossime ore.

Il riflusso dei democrats

Il Foglio ha tradotto a nostro uso e consumo un interessante articolo dell'Economist per meglio comprendere le dinamiche della campagna elettorale Usa oltre ciò che vediamo dai teleschermi di casa. L'importanza cioè, della battaglia delle idee che si sta svolgendo sul territorio, casa per casa. Leggi

Iraq Update #1

Da questo post parte la mia collaborazione con Italian Blogs for Freedom. Un aggiornamento bisettimanale sull'Iraq (primo e terzo lunedì di ogni mese). Non la conta dei morti, delle autobombe, degli scapocciamenti, ma le analisi, i fatti politici, i passi - avanti e indietro - della ricostruzione e del processo politico. Leggi

Friday, October 15, 2004

12 colpi di revolver tornando a casa

Buttiglione e PannellaE se fosse stato il professor Biagi - e non il prof. Catone - a sparare dodici colpi davanti al suo portone?
«Ricostruire» in questo caso sta per "rattoppare", sta per cambiare le carte in tavola, per buttarla in caciara (come si dice dalle mie parti). Dire sempre che gli altri non capiscono o non vogliono capire, alla fine è un po' sospetto. Qui almeno abbiamo compreso bene, il pensiero e la posizione del leader radicale non sono stati fraintesi. Pannella ha votato contro Buttiglione, non per «criminalizzare» le sue opinioni o per sgambettare il governo Berlusconi (le uniche preoccupazioni degli eurodeputati di sinistra), ma proprio per le politiche che l'ex ministro ha attuato nella sua azione di governo. E' stato, ritengo, un voto quanto mai "opportuno". Buttiglione deve incartare e portare a casa quella bocciatura, perché è così che la democrazia funziona: su quali elementi infatti, un deputato chiamato a conferire un incarico pubblico dovrebbe basare il suo giudizio se non su pensieri e opere politiche del candidato?

«Come si giudica un politico se non in base alle idee che esprime, se non accettando come valida la schizofrenia tra ciò che dice e ciò che fa? Cioè fra ciò che sembra e ciò che è?»
Giorgio Albertazzi, Il Foglio
Il punto è l'errore di Pannella, il suo scivolone giustizialista, l'aver attaccato Buttiglione usando le vicende giudiziarie - tutte da prendere con le molle - del suo principale collaboratore. Argomenti che hanno inevitabilmente schiacciato la posizione laica radicale su quelle intolleranti e non-laiche degli altri eurodeputati di sinistra. E spiegano come mai dai resoconti dei media non è emersa l'originalità, e le ragioni, della posizione di Pannella. Insomma, un colpo sotto la cintura, inferto con livore personale, che ci immaginiamo trasparire sul volto arcigno del grande capo radicale, ma che alla fine gli si è ritorto contro. Forse proprio quei toni e quegli argomenti, che qualcuno - intervenendo alla sessione costitutiva del Congresso per la libertà di ricerca scientifica - consigliava di lasciar perdere. Invece, qualcuno col ghigno stampato sul viso ha passato a Pannella questo memorabile dossier su Catone (o Capone?) e Marco stavolta non ne ha valutato bene l'opportunità del suo utilizzo.

Se si insiste, qualcosa però la voglio chiedere a Pannella: Catone, è stato o no condannato? Ha mentito lui al Corriere della Sera o è un Tuo errore? Non è un grave errore di cui dover chiedere ammenda (in privata sede naturalmente) aver citato una condanna in primo grado inesistente nella lettera al presidente Barroso? E' sufficiente cavarsela espungendo silenziosamente il riferimento dai successivi comunicati? E non è opera di «criminalizzazione» perbenista forse, quella di Bordin stamani, che se la prende con «chi ha il porto d'armi da quindici anni e affronta scontri a fuoco tornando a casa»? E se fosse stato il professor Biagi a sparare dodici colpi davanti al suo portone?
Oggi dunque, il fedele scudiero «ricostruisce», per oltre mezz'ora, le epiche gesta incomprese del cavaliere senza macchia e senza paura. Stavolta però, una piccola macchia la scorgiamo.

Radio Radicale anemica

Ascolti giornalieri
2003
22 Marzo - 13 Giugno: 510mila
13 settembre - 31 ottobre: 452mila
1 novembre - 19 dicembre: 423mila

2004
10 gennaio - 19 marzo: 388mila ("Radio Bruno" è superata)
22 marzo - 13 giugno: ... (io la mia scommessa l'ho già fatta, fate la vostra)

"Pochi ma buoni, non è mica una radio commerciale", dirà qualche furbacchione...
Fonte: Audiradio

«Clash of Visions»

La forte «ideologizzazione» dei lavori del Congresso non deriva tanto, come dice John F. Kerry, dal fatto che la presidenza Bush «divide», anziché «unire», la nazione. Piuttosto, è in corso una «genuina battaglia filosofica» sulla riforma del welfare state uscito dalla seconda guerra mondiale. Una sfida che i repubblicani hanno lanciato al big-spending-government dei liberal fin dai tempi di Barry Goldwater (anni '60), passando per Ronald Reagan, sfida raccolta oggi da George W. Bush. E' in corso quindi uno «scontro di visioni» - tra il «nuovo progressivism repubblicano» di Bush (fatto di ownership society e supply-side economy) e il «convenzionale liberalism» di Kerry - che si concretizza nelle divisioni su riforma sanitaria, assistenza sociale, politica fiscale.
E' Bush quindi - non Kerry - a proporre i «più aggressivi piani di riforma», a proporre «maggiori combiamenti rispetto al suo sfidante». Leggi
Wall Street Journal

Scheletri nell'armadio della saggia e "pacifista" Francia di Chirac

Tra le altre cosette nelle 900 pagine - oscurate - del rapporto Duelfer sulle armi di distruzioni di massa irachene ci sono elementi per comprendere bene come molti funzionari e politici francesi avessero interesse a che gli Stati Uniti non eliminassero il regime di Saddam Hussein: «Si intascavano mazzette sul programma dell'Onu oil-for-food. I documenti riportati da Duelfer parlano chiaro: «Favori economici a importanti diplomatici e personalità francesi che hanno accesso ai leader chiave». Lo stesso Tarek Aziz rivela come entrambe le parti sapessero bene che i favori andavano ricompensati con sforzi per la fine delle sanzioni, o l'opposizione alle iniziative americane in Consiglio di Sicurezza». Anche i nomi
William Safire, New York Times

Ceceniasos intervista Umar Khanbiev

«Da soli non potremo mai risolvere questo problema». Leggi

Thursday, October 14, 2004

Il No a Buttiglione ci sta tutto. Pannella dipietrizzato

Su questo blog ho abbondantemente esposto il mio parere sul caso Buttiglione, del quale a me importa molto più lo scivolone giustizialista di Pannella. I titoli dei miei post sulla questione non hanno bisogno di ulteriori approfondimenti:
  • E' la democrazia, cattivo chi non ci sta
  • Buttiglione ne esce più forte. La dipietrizzazione di Pannella ben avviata
  • Oggi sul Corriere della Sera prende finalmente la parola per difendersi dalle accuse di questi giorni quel Catone le cui vicende giudiziare sono state utilizzate strumentalmente da Pannella per attaccare Buttiglione. Leggiamo quel che appare come il più tipico degli esempi tangentopoliani, cominciando però, col ricordare le accuse formulate dal leader radicale:

    «Il ministro Buttiglione ha tuttora come capo segreteria particolare il professor Giampiero Catone. Il quale è oggetto da parte della magistratura italiana di denunce, imputazioni e arresti per una serie di reati, quali associazione a delinquere, falso, bancarotta fraudolenta pluriaggravata».
    Marco Pannella, lettera aperta al presidente Barroso
    «Condanne no, finora non ho avuto il piacere di sedermi di fronte a un tribunale. Sono indagato. E sono stato arrestato: per 24 ore, il 9 maggio del 2001, a quattro giorni dal voto delle politiche. Un giorno in carcere e poi mi hanno rilasciato "perché non sussistevano i presupposti". Per quali reati? Truffe per contributi ad aziende... In ogni caso, seppure fossi stato coinvolto in un concorso per falso in bilancio, il reato si sarebbe prescritto otto anni fa. Sto aspettando che un tribunale mi dica: "Catò, sei un delinquente". Possibile che fino al '99 sono stato un angelo e improvvisamente, appena ho cominciato ad occuparmi del simbolo della Dc, i giudici si sono messi a farmi la radiografia?».
    Giampiero Catone, Corriere della Sera
    Rispondendo a Capezzone, Giuliano Ferrara chiede retoricamente se la bocciatura di Buttiglione sia frutto di uno «screening politico dei suoi programmi di commissario o di un processo liberal-oscurantista al suo credo e alle sue idee?». Ecco, io credo che anche Ferrara «intorbida» quando parla di «processo liberal-oscurantista». Quando si esamina un candidato ai fini di esprimere un parere consapevole sulla sua nomina ad un incarico pubblico, non è un «processo» prendere in considerazione le convinzioni che - legittimamente - porterà con sé nel nuovo ufficio.

    Sempre sul Corriere, è Paolo Mieli ad esporre il suo parere, che condivido per metà: meno scandalizzato per la bocciatura di Frà Rocco, "incuriosito" dallo scivolone giustizialista di Pannella.
    «Io stesso che già da prima dell'estate avevo invitato a firmare il referendum contro la legge sulla procreazione assistita e che (pur essendomi fermato a considerare le intelligenti riflessioni di Ernesto Galli della Loggia pubblicate dal Corriere ) non ho cambiato la mia decisione di votare sì, sono rimasto molto turbato per quel che è accaduto all'ex ministro. Intendiamoci, le mie idee - in materia di gay come su molte questioni etiche - sono agli antipodi di quelle di Buttiglione. Ma proprio in coerenza con queste idee inorridisco per quel che gli è capitato. Ed ero sicuro che le persone come me, in particolare i promotori del referendum di cui ho testé detto, avrebbero colto l'occasione per dimostrare la quintessenza della natura dello spirito laico prendendo immediatamente le difese di quel parlamentare cattolico dall'evidente vessazione che ha dovuto subire.
    E invece... Mi stupisco che in un'occasione del genere il leader radicale Marco Pannella abbia avvertito la necessità di chiamare in causa le vicende giudiziarie di un collaboratore di Buttiglione (tal Catone) dimostrando in questo modo di non essere sufficientemente convinto di ciò che aveva da dire sul merito della questione. Allo stesso modo trasecolo al cospetto delle dichiarazioni di molti avversari politici dell'illustre "bocciato" che dichiarano esser stati Mario Monti e Emma Bonino migliori commissari di quanto lo sarà Buttiglione. Che c'entra? E mi spiace, davvero, aver dovuto leggere in un'occasione del genere ironie fuori luogo nei confronti di un personaggio ostracizzato per aver detto liberamente quel che pensa badando bene a tenere tutto ciò distinto da quel che sarebbe andato a fare nel suo nuovo incarico. Possibile che nessuno o quasi abbia saputo riconoscere la fragilità di queste reazioni? Da laico (nell'accezione italiana di questo termine) mi rivolgo ai laici: davvero non riuscite a capire - eccezion fatta per tre o quattro di voi che hanno firmato una lettera al Foglio - il danno che, così comportandovi, arrecate alla battaglia referendaria? Spero che ci sia almeno uno di voi (di noi) che saprà tornare in modo critico sulle considerazioni fatte a caldo su questo caso. Me lo auguro. Ma so in partenza che è difficile che ce ne sia anche soltanto uno. Molto difficile».

    Sul tema dei temi: il terrorismo

    Pro-Kerry:
    «I don't know whether to laugh or cry when I hear the president and vice president slamming John Kerry for saying that he hopes America can eventually get back to a place where "terrorists are not the focus of our lives, but they're a nuisance." The idea that President Bush and Mr. Cheney would declare such a statement to be proof that Mr. Kerry is unfit to lead actually says more about them than Mr. Kerry. Excuse me, I don't know about you, but I dream of going back to the days when terrorism was just a nuisance in our lives».
    Bush ha «politicizzato l'11 settembre», è la critica di Thomas Friedman sul New York Times
    Pro-Bush:
    «But 9/11 changed everything. Now we know that the jihadists would gladly incinerate one of our cities if they could get their hands on a nuclear bomb — and they won't be deterred by the prospect of being arrested afterward. Bush gets it; he was transformed by 9/11. His policy implementation has been shaky, to say the least, but at least he has shown a sense of urgency in combating terrorism and weapons proliferation that was missing in the 1990s. Kerry claims a similar sense of purpose, but he told the Times that the attacks on America "didn't change me much at all." That's a lot scarier than having a president who's clueless about "the Internets."»
    Max Boot, Los Angeles Times

    Kerry mantiene il testa-a-testa

  • Video
  • Trascrizione
  • L'analisi
    Washington Post
  • Audio per parti
    Pbs


  • I dibattiti televisivi hanno dissolto il precedente vantaggio di Bush, segnando - rispetto ad inizio settembre - due punti importanti in favore di Kerry: gli hanno permesso - e gli permetteranno ancora - di insinuare dubbi sul presidente negli elettori; lo hanno accreditato come presidential. Saranno decisive le ultime tre settimane di campagna a rincorrere il voto negli Stati in bilico. Bush ha da lavorare molto per riguadagnare quel vantaggio sicuro che aveva al termine della sua convention, ma se dà l'impressione di annaspare, allora è perduto. Nel dibattito di ieri - a cui per la verità molti americani hanno preferito il baseball - i due candidati sono rimasti ciascuno al suo angolo, a consolidare le loro posizioni: saranno forse i "fatti" a spostare gli ultimi indecisi? Entrambi sono apparsi a loro agio, competenti ed efficaci. Semplicemente, hanno evitato le questioni più ostiche, come sul welfare, dove nessuno sembra avere un piano preciso. Interrogato più di una volta su come intenda finanziare il suo piano per la sanità e onorare la sua promessa di non alzare le tasse, Kerry non ha mai fornito una risposta precisa. In effetti, il piano di Kerry per estendere la sanità pubblica è molto costoso ed è stato facile per Bush dipingere il suo avversario come un «classic big-spending liberal». Ma Kerry sa che molti di questi programmi governativi sono popolari, anche se l'etichetta di liberal attribuita a chi li sostiene non lo è.

    Nei primi sondaggi post-debate, la Cnn proclama vincitore Kerry 53 a 39, la Cbs dà a Kerry un 39 per cento contro il 25 di Bush, con 36 telespettatori su 100 per i quali è stato pareggio. Anche per Abc è un pareggio.
    Kerry ha attaccato Bush per aver inanellato una serie di fallimenti economici e sociali, sul deficit, sull'assicurazione sanitaria, sul numero di disoccupati, mentre Bush ha replicato attaccando il candidato democratico per il suo «record» come senatore: 20 anni di voti per alzare le tasse, senza fare nulla di significativo sulla riforma sanitaria.
    «He's . . . the only president in 72 years to lose jobs -- 1.6 million jobs lost. He's the only president to have incomes of families go down for the last three years, the only president to see exports go down, the only president to see the lowest level of business investment in our country as it is today. Now, I'm going to reverse that. I'm going to change that. We're going to restore the fiscal discipline we had in the 1990s.»

    «His rhetoric doesn't match his record. He's been a senator for 20 years. He voted to increase taxes 98 times. When they tried to reduce taxes, he voted against that 127 times. He talks about being a fiscal conservative, or fiscally sound, but he voted over -- he voted 277 times to waive the budget caps, which would have cost the taxpayers $4.2 trillion.»

    Washington Post

    Per Andrew Sullivan, alla fin fine, vince sempre Kerry:

    «Of all the debates, this seemed to me to be the hardest to call. On substance, I give Kerry a clear advantage. There were some issues in which he simply out-debated the president, answered more questions and had a better case. But on manner and style, Bush came in extremely strongly in the last half-hour, emerging finally as the funny, humane figure that many of us came to admire in the last election cycle. Over all, Kerry cemented his new image as calmer and, oddly enough, more presidential than Bush. But Bush critically regained his likability, his rapport with people, and his moderate voice. What all this means I'm not sure».
    Possibile problema per Kerry: «Kerry's liberalism emerged more strongly last night, and that may play against him in the next few weeks».
    Possibile problema per Bush: «He never gave us a reason to re-elect him, except more of the same».

    Per Todd S. Purdum, del New York Times, un «test cruciale, ma non definitivo»:
    «They were a rough passage for Mr. Bush, who saw his September lead over Mr. Kerry slip away as the Democratic nominee established himself as a plausible presidential alternative. In a crucible where voters measure the self-confidence, authority and steadiness of the candidates, Mr. Kerry delivered a consistent set of assertive, collected performances. Mr. Bush appeared in three guises: impatient, even rattled at times during the first debate, angry and aggressive in the second, sunny and optimistic last night».
    Mancano ancora tre settimane al voto, nelle quali i due candidati possono rendere lontani i tre dibattiti: «Each candidate has reason for hope, and ample evidence for doubt».

    Per New Republic Kerry ha vinto il terzo dibattito come gli altri due: vanificando i tentativi di Bush di etichettarlo come liberal spendaccione, proprio il punto dove invece i commentatori filo-Bush vedono il successo del presidente. Per John B. Judis, Kerry ha superato due dei tre ostacoli che lo separano dalla vittoria. Primo, presentarsi come credibile comandante in capo, e c'è riuscito col primo dibattito. Anche se gli elettori vedono più Bush in quel ruolo, il margine si è ristretto e non basta a garantirgli la rielezione. Secondo, convincere sulle domestic issues che importano proprio negli Stati in bilico, obiettivo raggiunto la scorsa notte; ma Kerry deve lavorare ancora - terzo - per entrare in maggiore confidenza con gli elettori. William Saletan (Slate) e Tim Grieve (Salon) non hanno dubbi: Kerry ha stravinto. Mentre su The Nation, David Corn è più dubbioso: Kerry ha prevalso, ma importa? Sarà decisivo?

    Favorevoli a Bush tutti i commenti sul Weekly Standard. «Cosa volete in più dal presidente?», Fred Barnes è sicuro, ieri ha vinto Bush:
    «What do you want to achieve in a presidential debate? You want to hammer home your campaign themes. You want to put your opponent on the defensive. You want to sell yourself personally. And you want to avoid a gaffe or a damaging sound bite. Bush did all four in Wednesday night's third and final nationally televised debate with John Kerry. It was his best debate performance ever and that includes his three debates with Al Gore in 2000. As a result, it may have won Bush a second White House term».
    «Non c'è più niente da dire, ora bisogna votare», è il titolo del commento di Deborah Orin sul New York Post, favorevole a Bush: ieri la sua migliore performance, rilassato e rassicurante, mentre Kerry a tratti era irritato, non che sia andato male, ma la strategia di dipingerlo come troppo liberal è sembrata efficace. L'obiettivo di Bush era quello di rinserrare i suoi. Molti i dubbi su quanto questi dibattiti abbiano spostato voti in un elettorato piuttosto diviso. Dick Morris usa un punteggio tennistico «Pari, vantaggio Kerry» e se la prende con chi ha permesso che un democratico dibattesse con un repubblicano esclusivamente su temi come l'economia e la salute, «una montagna impossibile da scalare per Bush». Lasciando liberi i temi del dibattito, il terrorismo avrebbe prevalso avvantaggiando Bush:
    «Each issue in our politics has a natural identification with one of our two parties. After decades of experience, the Republican Party has an edge on issues of defense, crime, security, morality and taxes; the Democrats have more credibility on health care, Social Security, job creation, minority rights and the environment».
    Quest'ultimo dibattito non cambierà nulla nei rapporti di forza, commenta il Post, entrambi i contendenti se la sono cavata, ma ora i dibattiti sono finiti e rimane l'unico vero tema che importi: combattere il terrorismo. Su questo, Kerry è uno che parla, Bush uno che agisce.

    Di particolare interesse un excursus ragionato del Washington Post sulla carriera politica di John Kerry e sul suo modo di gestire i suoi uffici. La sua forza è che sa ascoltare, dicono di Kerry, il problema è che ascolta troppe persone, un atteggiamento che forse si è trasferito anche nella sua campagna elettorale, nella quale si è mostrato spesso indeciso e propenso a cambiare posizione. Se l'organizzazione decisionale di Bush è di tipo verticistico, "aziendalistico", Kerry prima di agire ama dibattiti e discussioni, cercando sempre maggiori informazioni per valutare la varie opzioni.
    Altri articoli interessanti sulla campagna presidenziale:
  • Spinalley
    Christian Rocca
  • «Milionari per Bush, miliardari per Kerry»
    Slate

  • Wednesday, October 13, 2004

    E' la democrazia, cattivo chi non ci sta

    Cognomi illustri della politica e del giornalismo italiano sottoscrivono oggi sul Foglio un appello a sostegno del feto-martire Buttiglione. Io dico che Buttiglione deve incartare e portare a casa quella bocciatura, perché è così che la democrazia funziona. Non importa quanto Buttiglione sia pronto a mettere o no in pratica le sue convinzioni morali e religiose nell'adempimento del suo incarico europeo. Tralasciando le sue iniziative politiche concrete in Italia (e ce ne sono state) è legittimo - e ragionevole attendersi - che egli si comporti coerentemente alle sue idee anche nella sua attività politica. Dovranno riconoscere però, Buttiglione e i suoi confratelli, che chiunque sia chiamato ad esprimere un voto "consultivo" riguardo a se e quale carica affidargli, abbia tutto il diritto di non essere persuaso e votare "No". Anzi, il diritto/dovere a comportarsi da "cattolico" nei suoi uffici, italiani o europei, gli deriva proprio dal diritto riconosciuto, a chi non condivide la sua visione, sia esso cittadino o parlamentare, a votargli contro. A dire il vero, l'arrabbiatura è piuttosto comprensibile da un altro punto di vista: è palese infatti che i pareri delle commissioni sui futuri commissari sono un pro-forma, perché di solito si ratificano le indicazioni su cui c'è l'accordo preventivo dei governi. Ecco perché il voto contario a Buttiglione ha suscitato questo vespaio che - credo - entrambi le parti facciano bene a far scemare per non rendersi doppiamente ridicole: la persecuzione del povero Frà Rocco da una parte, gli appelli degli amici di quartiere dall'altra.

    Anche Pannella però, deve concedere che gli sia rinfacciato il suo scivolone giustizialista. Non c'è nulla di male, non credo che Pannella si sia davvero dipietrizzato, ma a volte in politica la tentazione di usare armi improprie e contundenti è davvero forte e poi non bastano giri di parole anche ragionevoli a mettere una toppa. E' vero infatti, come scrive Capezzone, che «un candidato a qualunque carica pubblica dovrebbe dare conto di veri o presunti scandali o processi in corso, e che dovrebbe essere premiato o punito dalla pubblica opinione a seconda della sua capacità e volontà di rispondere o no, e di farlo in modo convincente», ma è anche vero che la voracità demagogica e la gogna mediatica americane a volte passano il segno, come con Clinton e come (mi spingo oltre!) con Nixon. L'attacco di Pannella al sig. Catone inoltre, non risponde comunque a quei casi american way, come si evince andando a rileggersi la pretestuosa lettera a Barroso e il livoroso (a 360°) comunicato di oggi. A volte l'utilizzo di questi dossier che ti arrivano in mano all'ultimo momento è bene ponderarlo per benino e senza fretta. Tra l'altro, qualcuno potrebbe ironizzare sul tempismo di questa ansia per le vicende giudiziarie del sig. Catone, dopo 3 anni di Buttiglione ministro e parlamentare, o sulle numerose vicende giudiziarie personali sulle quali - giustamente - ai radicali non è mai interessato costruire una campagna.
    Sia detto senza nulla togliere alla vigorosa, preziosa e condivisibile campagna anticlericale radicale.
    «La bocciatura di Buttiglione è illiberale. Ma se i valori sono pluralistici e fra loro incommensurabili, come conciliare l'autonomia individuale del cattolico Buttiglione con quella di chi cattolico non è? Buttiglione è disposto a riconoscere una distinzione più forte di quella che ha operato fra etica e diritto? Cioè che fra la propria autonomia e quella del destinatario del suo agire politico è sempre più importante quest'ultima».
    Piero Ostellino, giornalista

    Il tempo gioca a favore degli ayatollah di Teheran

    Tutto fa supporre che si vada verso mesi di negoziati e di divisioni all'Onu
    Se gli europei credono, gli Stati Uniti non si opporranno alla concessione di «incentivi» per convincere il regime iraniano a smetterla di arricchire l'uranio per farsi l'atomica. Gran Bretagna, Germania e Francia presenteranno le loro proposte al meeting del G8 a Washington. Per ora la Casa Bianca non sembra intenzionata, anche per motivi elettorali, a mostrare i muscoli con Teheran e manda in avanscoperta gli europei appeasers con la politica «del bastone e della carota». L'ultimo tentativo prima del rapporto finale dell'Aiea previsto per novembre. Ma gli Stati Uniti sembrano intenzionati a portare al Consiglio di Sicurezza dell'Onu la questione del nucleare iraniano comunque vadano le cose.

    La Russia ha già detto che di sanzionare l'Iran non se ne parla. Nonostante le rassicurazioni del Cremlino a Teheran circa il completamento della prima centrale nucleare della Repubblica islamica, a Bushehr, oggi le autorità iraniane criticano la Russia per ritardi «non accettabili» nei lavori. Da molti mesi vanno avanti le trattative per la fornitura di combustibile russo alla centrale. Di tre giorni fa, l'invito rivolto dal ministro degli esteri russo a Teheran perché accetti la risoluzione dell'Aiea a sospendere tutte le sue attività di arricchimento dell'uranio. E' quindi ovvio che Putin si vuole tenere tutte le porte aperte per decidere solo più avanti - o decidere di non decidere - quale sarà l'atteggiamento della Russia con l'Iran.

    Oggi le autorità iraniane hanno definito una presa di posizione «basata su informazioni sbagliate» e sulla «ignoranza della realtà» l'ultimo documento approvato lunedì dai ministri degli Esteri dell'Ue sulla situazione dei diritti umani in Iran. Bruxelles chiede progressi sui diritti umani, il nucleare, la lotta al terrorismo e la posizione dell'Iran nei confronti del processo di pace israelo-palestinese. L'Iran non accetta proprio il principio che con i negoziati gli europei vogliano ottenere lo stop dell'arricchimento di uranio.
    Forse sarebbe meglio non perdere altro tempo.

    Una morte lenta per la Nato

    Il presidente francese Jacques Chirac vuole armare la Cina, lo vuole a tutti i costi, avendo sancito esplicitamente domenica scorsa una nuova partnership strategica con il gigante asiatico, e si impegnerà a far revocare l'embargo Ue sulla vendita delle armi a Pechino varato in conseguenza dei massacri di piazza Tienanmen nel 1989. La cosa non è per fortuna facilissima, né così vicina nel tempo, ma sarebbe una sciagura per le relazioni transatlantiche.
    Riprendere a vendere armi alla Cina porrebbe un seria ipoteca sulla cooperazione Usa-Ue in materia di difesa. Se i governi europei cominceranno a condividere con Pechino delicate tecnologie militari, Washington dovrà bloccare alle industrie europee l'accesso a diverse teconologie di difesa, con seri danni per le sorti della Nato.
    Nell'ipotesi di un futuro conflitto per l'isola Taiwan, l'aviazione cinese potrebbe attaccare le forze militari americane con i Mirage francesi!

    Guerre satellitari

    L'Iran ha dichiarato guerra ai canali satellitari che dall'Europa e dagli Stati Uniti trasmettono in lingua farsi. Questi canali, 13 dei quali trasmettono 24 ore al giorno, mandano in onda dibattiti, film e spettacoli proibiti dalle leggi iraniane, e hanno un gran seguito tra la popolazione iraniana, forse superiore all'audience della televisione pubblica. L'acquisto e l'utilizzo di antenne satellitari sono proibiti in base alle leggi in vigore nella Repubblica Islamica, ma nella pratica vengono tollerati. Circa il 30 per cento della popolazione delle grandi città dispone di antenne satellitari e di ricevitori importati "illegalmente". I tentativi dei tecnici delle telecomunicazioni di oscurare questi canali non hanno dato, finora, grandi risultati. Due settimane fa uno di questi canali satellitari, con base a Washington, aveva invitato i giovani a recarsi in certi luoghi delle varie città per ballare e cantare. Secondo la stampa governativa, in almeno una dozzina di località sono dovute intervenire le forze dell'ordine per impedire i concentramenti dei giovani. A Teheran, secondo le agenzie iraniane, erano almeno tremila i giovani radunati in una centralissima piazza della capitale.
    Alcuni giornalisti di siti internet iraniani sono stati arrestati nelle ultime settimane in una nuova operazione della magistratura contro la stampa riformista.
    Fonte: AdnKronos

    Tuesday, October 12, 2004

    John F. Kerry and the men of Swift Boat PCF-94

    Se volete rivivere le avventure dell'attuale candidato democratico alla Casa Bianca nella guerra del Vietnam (che gli valsero la stella d'argento), questo è il gioco che fa per voi. Se invece preferite avere un ruolo nella cattura di Saddam Hussein, allora guardate qui.

    Buttiglione ne esce più forte. La dipietrizzazione di Pannella ben avviata

    Dopo la doppia bocciatura della candidatura a commissario europeo dell'ex ministro Buttiglione da parte della Commissione Libertà civili del Parlamento europeo, il presidente della Commissione europea Josè Manuel Durao Barroso, incontrando Blair (!), ha rinnovato la sua «piena fiducia» in Rocco Buttiglione, spiegando: «Una cosa è il credo personale della commissione. Altra cosa, completamente diversa a volte, sono le politiche che si devono attuare. Non ci sarà alcun tipo di discriminazione», ha assicurato Barroso.

    D'altra parte, lo stesso Buttiglione accompagnava le sue dichiarazioni omofobiche e clericali ribadendo la «distinzione kantiana» tra morale e diritto: «Un conto è la legge morale, un altro quella di un Parlamento: io non rinuncio alla mia morale, ma non pretendo che il Parlamento vi si adegui». Parole che possono essere accostate a quelle di John F. Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca, che si è detto personalmente contrario all'aborto, ma pronto a non far pesare questa sua convinzione morale nel suo incarico pubblico. Oppure alle parole del vicepresidente Dick Cheney, che ha una figlia lesbica e si è dichiarato personalmente favorevole alle unioni omosessuali, ma sul piano pubblico allineato con il programma dei repubblicani, che non le accetta. La distinzione tra morale privata e diritto pubblico è alla base di un sano funzionamento di ogni istituzione liberale e tollerante.

    Tuttavia, al contrario dei due uomini di Stato americani, le convinzioni morali di Buttiglione non sono frenate da un atteggiamento opposto della coalizione in cui milita e infatti sconfinano spesso nella sua azione politica, che al di là di rassicurazioni e delle parole di circostanza, possiamo certamente definire clericale e vaticanista.

    Per questi motivi, condivido lo «scontro ideale» che Marco Pannella, dall'interno del gruppo liberale al PE e della Commissione Libe, ha voluto produrre sulla candidatura di Buttiglione a commissario europeo, ma sono altresì preoccupato dai mezzi e dai toni usati dal leader radicale, che ha sollevato anche una "questione morale" (... brivido!) sull'ex ministro del governo Berlusconi. Non vorrei che l'appartenenza di Pannella al medesimo gruppo parlamentare di Antonio Di Pietro, invece di produrre la liberalizzazione dell'ex pm, avesse prodotto la dipietrizzazione del Pannella medesimo. In tutta questa vicenda, fin dalla lettera inviata a Barroso, gli argomenti e gli accenti della posizione del leader radicale sono stati innegabilmente giustizialisti e ben si sposano sia con i record in materia dei colleghi di commissione Lilli Gruber e Michele Santoro, sia con i girotondi neoqualunquisti di Nanni Moretti. Questi strumenti propagandistici rendono poi fondate sia la denuncia da parte di Buttiglione di «una lobby che ritiene esista una indegnità morale e politica, direi perfino etnica, dei ministri di Berlusconi», sia quella da parte di Massimo Cacciari (Ds) nei confronti di una «cultura integralistica laica».

    A volerla dire tutta, lo scivolone giustizialista di Pannella stride con la storia sua personale e del Partito radicale. Né le sentenze della giustizia italiana hanno mai costituito motivo di impedimento all'accesso di una carica politica, né implicazioni nella lotta armata e omicidi plurimi hanno mai precluso ad alcuno di acquisire responsabilità all'interno del partito. Alcuni segnali indicano infine un'altra evoluzione del pensiero politico di Pannella, evoluzione che potremmo definire di naderizzazione.

    Monday, October 11, 2004

    Business first. Chirac vuole armare la Cina

    L'embargo dell'Unione europea sulla vendita di armi alla Cina «non ha nessuna giustificazione o fondatezza», visto che la Corea del Nord non è sottoposta a nessuna iniziativa del genere da parte dell'Ue. Questa posizione è stata reiteratamente espressa dal presidente francese Jacques Chirac durante la sua visita in Cina. L'embargo risale al 1989, come conseguenza del massacro nel quale centinaia di persone vennero uccise dall'esercito a piazza Tiananmen, nella repressione del movimento democratico.

    Ma quell'embargo, per Chirac, è ormai obsoleto, «è di altri tempi e non corrisponde più alla realtà delle cose». Le ragioni che lo resero necessario, oggi sono superate per il presidente francese, che vede la Cina portare «prosperità al suo popolo», «preoccupata di costruire lo stato di diritto, di far progredire i diritti dell'uomo, di rispettare i principi dello sviluppo durevole». Sul problema dei diritti umani in Cina, Chirac si è limitato a presentare al leader cinese Hu Jintao una «lista di casi individuali», una decina di prigionieri politici, suscitando le critiche dei gruppi dissidenti. Altri paesi europei sono contrari alla revoca dell'embargo e la posizione francese preoccupa parecchio Washington, considerata la tensione tra la Cina e l'isola di Taiwan.

    Il presidente Chirac ha poi manifestato l'intenzione di rafforzare l'«asse» politico che si è costituito tra Francia e Cina negli anni passati, e cementato dalla comune opposizione alla guerra in Iraq e, più in generale, al ruolo globale degli Stati Uniti. In un comunicato congiunto, Cina e Francia sottolineano che questa visita «permette di approfondire ancora la partnership globale strategica tra i due Paesi e di sviluppare ulteriormente le relazioni economiche, industriali e tecnologiche, per portarle al livello di eccellenza delle relazioni politiche».

    Chirac era in buona compagnia. Una cinquantina di grossi industriali a caccia di contratti, i quali hanno firmato accordi con le autorità cinesi per un valore complessivo di quattro miliardi di euro, nel corso di una suggestiva cerimonia al Palazzo del popolo, sede dell'Assemblea nazionale cinese, proprio in piazza Tiananmen, alla presenza di Chirac e di Hu Jintao, presidente cinese e segretario del Partito comunista. Tra le imprese che hanno beneficiato della visita del presidente ci sono la Alstom, la Dassault, la Eurocopter e la France Telecom. Tre altri importanti contratti, per la vendita di velivoli dell'Airbus, del treno ad alto velocità TGV e di centrali nucleari, saranno firmati nei prossimi mesi.

    Nello stesso partito del presidente, l'UMP, c'è chi alza lavoce, come l'ex ministro Alain Madelin: «Trovo profondamente scioccante che la Francia si sia fatta portavoce della fine dell'embargo sulla vendita di armi alla Cina. E perché dovremmo vendere armi alla Cina, per opprimere il Tibet? Per opprimere il popolo Uigur? Per minacciare Taiwan? La Cina ha bisogno di diritti umani, di libertà, non ha bisogno delle nostre armi».
    La Francia che Chirac ha forgiato non è più il paese in cui nel lontano 26 agosto 1789 prese vita la Dichiarazione universale di diritti dell'uomo e del cittadini. Quel che più preoccupa è che dall'esterno non si vede alcun segno di risveglio da parte del mondo politico e intellettuale francese.

    Superman dies. Ultime parole famose di un amico

    «Chris Reeve is a friend of mine. Chris Reeve exercises every single day to keep those muscles alive for the day when he believes he can walk again, and I want him to walk again». Verso dove?
    John F. Kerry, second presidential debate, 8 ottobre 2004

    Sunday, October 10, 2004

    La storia a Kabul. In 10 milioni votano

    State-building ben avviato, i progressi anno dopo anno sono significativi. Sebbene mille sfide devono essere ancora superate, il momento è di quelli storici. La ricostruzione procede, le elezioni di sabato sono valide (nessuno si illude che abbiano standard occidentali di regolarità). Il segnale positivo del rientro in massa dei rifugiati. «La prima volta in 5 mila anni di storia», sono le parole scritte per il Wall Street Journal da uno degli artefici di questo autentico cammino di resurrezione, Zalmay Khalilzad, ambasciatore Usa ed inviato speciale del presidente Bush:
    «In speaking with Afghans, they say that life is immeasurably better than under the Taliban, and that they are profoundly grateful for the help received from the United States and the rest of the world. However, we all know that, to succeed fully in Afghanistan, we must sustain the positive momentum developed to date for at least five years.
    If we do so, Afghanistan will realize its enormous upside potential, both by improving the lives of a people who have suffered immense tragedy for a quarter-century, and by consolidating a landmark victory in the war against extremists and terrorists. This will be a major step toward the necessary political transformation of the wider region».
    Il Foglio traccia un ritratto di Khalilzad, di questo afghano-americano un po' neocons, e si affida alle sue parole per raccontare il nuovo Afghanistan. Un reportage anche sul Washington Post di oggi.