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Sunday, June 04, 2017

Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...

Pubblicato su formiche

E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...

Le due notizie secondo cui la cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente esagerate".

Basti pensare che mentre prendiamo lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi") su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto. Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non vedremmo progressi significativi fino al 2030.

La realtà è che la leadership cinese ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è lontanissima da ciò che predica.

Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale", politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del clima.

Ma le cose stanno molto diversamente. Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino. Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la condivisione della polemica nei confronti di Washington per la decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di Pechino.

Il valore delle acquisizioni di compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015) mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel 2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35 miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa, +77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte europea in Cina, in calo del 23%).

"Il commercio con la Cina dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee dev'essere garantito un "uguale trattamento". La "sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei leader cinesi.

Tuttavia, nonostante le promesse pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle autorità governative è garantito accesso a dati industriali sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano in Cina.

Tutto questo sta alimentando una reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee", lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e sensibili dell'economia.

Insomma, la "nuova via della Seta" annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta più nessuno.

Ed esattamente come il presidente Trump nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade", una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro che parlano di riequilibrio e reciprocità.

Monday, May 29, 2017

Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"

Pubblicato su formiche

La leadership americana è tornata ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?

Terminato il primo viaggio all'estero del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno della leadership americana. Una leadership che però, diversamente dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.

Un altro tema, collegato al primo, è il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".

Terzo tema, anch'esso collegato agli altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato, dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa, di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica, per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.

Quarto tema: si è ormai affermata a questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine della storia", che era stato edificato a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta, anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di far deragliare anche le istituzioni democratiche.

Quinto e ultimo tema: era già in crisi da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale, Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il ritorno in Occidente della "questione tedesca", un nazionalismo ben travestito da europeismo.

Nelle varie tappe del viaggio del presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina) sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente. Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe. Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e quelle acque.

Ma come è emerso dall'ultima tappa del viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta, lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito: "Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".

Toni molto diversi anche nel riferire la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio", e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in Europa?

L'impressione infatti è che durante il vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale".

Invece che uscire ridimensionato Trump, da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po' isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo, questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà transatlantica può andare in frantumi per una divergenza sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?

Sempre domenica la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo. Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.

La realtà è che di strappo in strappo il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora (altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell'Eurozona nel 2010.

La riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue, all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue (senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato.

"Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".

A questo punto bisogna rispondere ad alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania, con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.

Tuesday, May 23, 2017

A Manchester come a Parigi... Drive Them Out

Attacco orribile e vile a Manchester... Non solo i leader arabi, anche quelli europei dovrebbero ascoltare bene: Drive them out!

Anche a Manchester come a Parigi... I terroristi islamici che colpiscono nelle nostre città sono quasi sempre stra-noti ai servizi di sicurezza e schedati. Il problema, dunque, non è di intelligence, ma di decisioni e volontà politiche. L'attuale strategia di sicurezza che si sta seguendo in Europa mostra tutti i suoi limiti. Individuare i soggetti cosiddetti "radicalizzati" e tenerli d'occhio non sempre riesce, bisogna decidere cosa farci: Drive them out or lock them up ("cacciare o rinchiudere gli estremisti").

Delle reti terroristiche in Libia che arruolano e addestrano jihadisti "europei", come Abedi, che poi tornano per colpirci chi dobbiamo ringraziare se non Obama e la signora Hillary Clinton, che tutti volevano presidente?

In Italia, finora immune da attentati dell'Isis o di al Qaeda, il combinato disposto della legge da poco approvata sui minori stranieri non accompagnati e di quella ancora da approvare sulla cittadinanza, che introduce lo "ius soli", è la ricetta giusta, e la più rapida, per avere anche in Italia tanti Salman Abedi. Basta saperlo...

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Tuesday, May 16, 2017

Le scomode conclusioni della Commissione Difesa

Alcune delle conclusioni approvate con voto unanime dalla Commissione Difesa del Senato al termine dell'indagine conoscitiva sul ruolo delle Ong nei salvataggi di migranti in mare:
1) "In nessun modo può ritenersi consentita dal diritto interno e internazionale, né è desiderabile, la creazione di corridoi umanitari da parte di soggetti privati, trattandosi di un compito che compete esclusivamente agli Stati e alle organizzazioni internazionali e sovranazionali".

2) Per le Ong impegnate nel soccorso in mare ai migranti, "occorre elaborare forme di accreditamento e certificazione che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa".

3) L'intervento di polizia giudiziaria dovrebbe essere "contestuale" al salvataggio. "Al fine di non disperdere preziosi dati ed elementi di prova utili per perseguire i trafficanti di esseri umani, sarebbe opportuno adeguare l'ordinamento italiano o comunque prevedere modalità operative tali da consentire l'intervento tempestivo della polizia giudiziaria contestualmente al salvataggio da parte delle Ong. Parallelamente, occorrerebbe potenziare la forza e gli strumenti investigativi, favorendo ad esempio l'intercettazione dei telefoni satellitari".

Dati Frontex: nel 2017 sono arrivati illegalmente nell'Unione europea l'84% in meno dei migranti rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre in Italia ne sono arrivati il 33% in più (principali paesi di provenienza: Nigeria, Bangladesh e Costa d'Avorio). Siamo il ventre molle d'Europa...

Chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando...

Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.

Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??

Valori, principi e pugnali

Girare con un pugnale sikh in vista mi sembra cosa civilissima rispetto a quello che si vede e che viene permesso nelle nostre città. Chi non si sente minacciato dal pugnale sikh?? Facciamo finta che il problema, quelli che non si integrano, siano i sikh... E poi chiudiamo gli occhi su vere e proprie "legalità" parallele di musulmani e rom.

Al di là del singolo caso, certamente marginale come "allarme sociale" e gruppo etnico coinvolto, e delle polemiche, il principio affermato dalla sentenza della Cassazione è che una diversità culturale e/o religiosa non dà diritto a un lasciapassare per non rispettare la legge.

Nel passaggio più contestato della sentenza si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".

Premesso che un altro passaggio della sentenza, altrettanto "politico" e discutibile, laddove i giudici indicano la "necessità di una società multiculturale", è sfuggito praticamente a tutti, di che valori e principi stiamo parlando? Dei principi e valori codificati nelle leggi. Far rispettare la legge vuol dire far rispettare principi e valori in essa codificati. Per esempio, l'uguaglianza tra uomini e donne, codificata nel nostro ordinamento, è senz'altro anche un "nostro valore". O no??

Thursday, May 11, 2017

Nessun "Bregret", non hanno cambiato idea

Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?

Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.

Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...

Monday, May 08, 2017

Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron

Pubblicato su formiche

Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".

Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".

Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.

Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.

Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.

Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.

E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.

Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.

La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.

Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).

Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.

Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.